GAROFALO RICORDA LA STORIA DI RUKELI, IL PUGILE ZINGARO SCONFITTO DALL’IDEOLOGIA NAZISTA, VITTORIOSO “ALLA FINE DI OGNI COSA”


 

Ci sono pagine della Storia che tutti noi conosciamo a memoria, orrore dopo orrore, pagine che, ogni volta che vengono rilette, fanno rabbrivide; pagine nere come la pece, pagine rosse come il sangue, pagine di morte e dolore, di follia e di brutalità. Come quelle sulla ascesa del partito Nazionalsocialista in Germania, con a capo l’imbianchino austriaco, che in un tempo breve spazzò via certezze e quotidianità, non solo di un intero popolo, ma di tutto il Vecchio Continente.

 

 

 

“Le masse e il popolo, avrebbero risposto al nuovo dio di Berlino. Il fiume che avrebbe sradicato il male e il marcio dalla terra. Assieme all’estate sarebbe finito il tempo dell’attesa, così come l’ignobile stagione dei sentimenti miti”.

E ci sono, poi, pagine strappate dalla Storia, capitoli dimenticati, cancellati dalla memoria, che andrebbero recuperati, rivissuti per comprendere meglio la grande Storia, per entrarci dentro quei meccanismi di follia, per averne una più verace visuale d’insieme. Storie che sono come pugni allo stomaco, che fanno male come un diretto che si scontra contro la faccia, storie come quelle del pugile tedesco Johann Trollmann, il pugile zingaro, Rukeli, che “in sinti voleva dire ‘albero“.

Alla fine di ogni cosa”, il romanzo di Mauro Garofalo, edito da Frassinelli, è lo straordinario recupero di una di queste pagine strappate, è ripercorrere la vita, i sogni, le speranze di un talento dello sport, che vanno a scontrarsi con le astruse e follli leggi ariane, con il pensiero dominante di una collettività in preda ai demoni nazisti, e lui, tedesco di nascita ma zingaro di origine, con questa follia farà purtroppo a pugni, vedrà crollare i suoi sogni, andare a pezzi la sua vita, cadere sotto i colpi bassi di una orribile prepotenza, ma trionfare, comunque, sul ring della vita.

È un romanzo da leggere tutto d’un fiato, un romanzo che ti avvolge e ti trascina via, tra i demoni che hanno infestato il secolo scorso, è rivivere la nascita e l’ascesa della follia nazista, vista con gli occhi di un ragazzo che rincorre il suo sogno sportivo, quello di affermarsi campione, è la storia di un talento naturale della boxe, nato nell’anno sbagliato, con il sangue sbagliato; è la rincorsa di chi vuole raggiungere la sua meta, e corre veloce verso la vetta, senza accorgersi che quella è una discesa negli inferi.

Lo zingaro aveva l’aria di chi non aveva mai avuto niente da custodire; uno che era cresciuto all’ombra dei palazzi, tra le fessure delle pietre e l’acqua piovana delle grondaie, assieme ai residui di ferro e polvere, nell’aria di primavera che asciugava i panni. Uno che per trovare appoggio doveva spostarsi di continuo. Sul ring, il ragazzo delle ombre saltellava sul posto, agile sulle punte, scaricando il peso del corpo prima su una gamba poi sull’altra“.

Questo è Rukeli Trollmann, il ragazzo zingaro scovato in un campo sinti, un talento puro, portato a Berlino dal suo mentore Zirzow per essere trasformato in un campione.

È la sua storia, vera, autentica, quella di un pugile che rincorre il suo riscatto, è fatica, sacrificio, impegno, è “la sua ascesa. Città dopo città. Vittoria dopo vittoria, ai punti, knock out”.

È il suo destino che beffardo, si incrocia con quello di una Nazione, con gli ideali incarnati da Hitler, e ne esce distrutto.

È la storia di “un equilibrista sul filo incerto dell’esistenza”, quella passione, quel talento naturale che si trasformano nelle mani del vecchio allenatore, in un campione puro; il suo modo di boxare è innovativo, rapido nei movimenti, veloce nella lettura dell’avversario, nel carpirne i punti deboli, agile sul ring, un ballerino che da pugni da far male.

Vince, e tanto, perde ma è il gioco della vita sportiva, è bello da far impazzire le donne quanto un divo del cinema, è forte da diventare una star, temuto dagli avversari, acclamato dal pubblico.

Accetta la sfida più difficile della sua vita: combattere per divenire campione tedesco nella sua categoria; sente la vittoria, il suo dolce profumo, sa di averla a portata di mano, il riscatto di una vita fatta di sudore, sacrifici, allenamenti sfiancanti; vede intorno a se i primi segnali politici del nuovo cambiamento, Hitler che diventa Cancelliere, la sua follia che si riversa nelle strade, tra il suo popolo, “echi di un fuoco che li avrebbe travolti tutti”, ma crede che tutto ciò non possa salire sul ring, non possa fermare la sua ascesa. Non fa come il campione tedesco Seeling, ebreo, che fugge via, no, lui resta lì a combattere e vince il titolo.

Rukeli rappresentava una piccola speranza. Ucciderla, sarebbe stata la prossima guerra di Hitler”.

Uno zingaro non può vincere un campionato di boxe nella Germania hitleriana, non può battere un prototipo di ragazzo ariano, la boxe è uno sport maschio, Hitler ci tiene e vuole vedere combattimenti feroci e brutali non eleganti danzatori dal pugno pesante.

Quel titolo non gli spetta assolutamente, va rimesso in discussione e le condizioni a cui Rukeli viene costretto sono atroci: devi combattere nuovamente, al centro ring, con i piedi ben piantati, ed incassare, solo incassare.

Rukeli Trollmann riceve il pugno più duro in faccia, il colpo basso, quello che fa male, perché sa di sconfitta prima ancora di incrociare i guantoni; può fuggire ancora, lasciarsi tutto alle spalle, ma non lo fa; la boxe è uno sport nobile, con valori sani, e chi vive per la boxe affronta il nemico, che sia l’avversario o i suoi demoni, ma non scappa dal ring.

Si presenta all’incontro con i capelli ossigenati e la pelle cosparsa di bianca farina, un fantoccio della razza ariana, a sbeffeggiare l’ideale folle di Hitler; perde, combattendo come gli hanno imposto, ma non è lui ad essere sconfitto, è quell’ideale folle ad andare al tappeto.

Rukeli a terra, il corpo candido di un popolo soffocato dalla crescente, viscosa marea nera della Germania nazista”.

Finirà i suoi giorni in un campo di concentramento, gli ultimi echi di un lottatore vero sconfitto da un destino beffardo, folle ed infame.

Ma la sua fine è il riscatto di un eroe vero, di uno che testardamente non accetta il Fato avverso, lo combatte finché ha fiato e forza nelle braccia, l’eroe schiacciato da una realtà più grande di lui, a cui opporsi era impossibile.

Garofalo, attraverso queste meravigliose pagine, ci fa rivivere tutto il dolore e la sofferenza di un uomo nato sbagliato, nell’anno sbagliato, di un campione vero a cui è stato strappato il suo sogno, di un uomo a cui hanno strappato la dignità ma non il coraggio di lottare.

Simile a un albero piantato lungo rivi d’acqua, che dà il suo frutto a suo tempo e il cui fogliame non appassirà; egli avrà successo in tutto ciò che fa‘”.

 

 

Raffaele Zoppo
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