CARMELO ABBATE, CON BOLERO SVELA LA STORIA DEL CRAXISMO ITALIANO


La mia libertà equivale alla mia vita” è l’epitaffio scritto sulla tomba tunisina di Bettino Craxi.

L’ex Presidente del Consiglio, l’ex Segretario del PSI, per tantissimi anni ha rappresentato il volto dell’Italia rampante, quella che voleva emergere a tutti i costi, quella che voleva scrollarsi di dosso l’immagine di debolezza, di nano tra i giganti mondiali, per recuperare tutta la sua grandezza; rappresentò l’Italia di successo, quella del potere, del tutto è possibile se lo si vuole veramente. Poi, l’altro volto della medaglia, quello oscuro delle inchieste giudiziarie degli anni ’90, Mani Pulite, Tangentopoli, e divenne il simbolo della corruzione, del mostro politico, del malaffare. Due volti della stessa moneta, due immagini così dissonanti tra loro, che lo costrinsero a fuggire dall’Italia, per non divenire agnello sacrificale di una casta politica che improvvisamente voleva mondarsi da ogni peccato, per non assurgere al ruolo di vittima di un sistema, quello giudiziario, che improvvisamente divenne giustiziere.

Morì esule, ed oggi, a distanza di tantissimi anni dalla sua morte, è forse l’ora di rileggere la storia di quegli anni ruggenti con occhi puliti da ogni pregiudizio, scevra da ogni giudizio morale e politico, per capire, per comprendere, per non dimenticare.

Carmelo Abbate, noto giornalista d’inchiesta, ha scritto, nel 2014, un interessante romanzo che ripercorre proprio quegli anni: Bolero, una perfetta storia italiana, edito da Piemme.

Un testo che andrebbe letto e riletto per avere la piena percezione di cosa furono quegli anni e cosa hanno rappresentato.

È una narrazione romanzata nella scrittura, ma veritiera nei fatti, della vita di Umberto Cicconi, l’uomo che fu il più vicino a Bettino Craxi, oltre ai nani e alle ballerine, ai lacchè e servi idioti che spesso circondavano la corte di Craxi.

Attraverso il suo racconto rileggiamo passi della nostra storia recente, non certamente per riabilitareBettino Craxi, ma per rimettere ordine in un puzzle impazzito, per chiarire, ora che non c’è più lui, né quella che fu chiamata, in tono dispregiativo, Prima Repubblica, cosa furono quegli anni, cosa era l’Italia allora, e a quali orizzonti mirava.

Lo si fa attraverso gli occhi di chi si definì fotografo personale e non ufficiale di Bettino Craxi, e lo seguì nella sua ascesa politica e nella sua discesa all’inferno giudiziario, fedelmente, perché riconoscente con chi gli diede l’opportunità di riscatto nella sua vita.

È la storia di un ragazzo della strada, nato a Pietralata, in una delle tante borgate romane, trasferitosi poi, ad Ostia, e da lì la rincorsa verso il suo riscatto, verso Palazzo Chigi, verso la sede del PSI, al seguito diBettino Craxi, che in quegli anni stava conquistando la segreteria di partito, il potere, la fama.

Un romanzo che diventa verità, nuda e cruda, il linguaggio diretto, il racconto veloce, con tempi quasi cinematografici, tanto che sembra di vedere un film più che leggere un testo, eppure è sola verità, quella raccontata da un testimone privilegiato, quella che racconta l’alba ed il tramonto di una Italia irripetibile e che non tornerà più.

Perché, al netto di tutti gli errori politici e di scelte sbagliate, quell’Italia fu semplicemente unica, capace di andare oltre i propri limiti, di conquistarsi il proprio riscatto recuperando la scena internazionale, e Bettino Craxi, a suo modo, ne fu semplicemente il simbolo, nel bene e nel male.

 

Raffaele Zoppo

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