IMMIGRAZIONE CLANDESTINA: LA SOLUZIONE SONO I NUOVI CIE? FORSE SÌ, FORSE NO


Di fronte alla gravosa emergenza clandestina, che da anni, oramai, sta soffocando l’Italia e l’Europa tutta, che annaspano nel buio in cerca di una soluzione magica che risolva il problema, il neo Ministro degli Interni, Marco Minniti, dal cilindro ha tirato fuori l’ennesima proposta palliativa, riaprire i CIE (Centri d’Identificazione ed Espulsione), uno per ogni regione, per identificare gli immigrati clandestini ed espellere, poi, quelli irregolari, che non possono richiedere asilo politico.

Una proposta annunciata solamente, che andrà poi, enunciata nel dettaglio per capire veramente se tale idea sia fattibile o meno, se sia una soluzione seria o l’ennesima pezza per coprire il buco di una coperta cortissima.

Partiamo da fatti concreti: prima cosa, il fenomeno dell’immigrazione clandestina oramai è ingestibile, così come è, e di questo ringraziamo l’ignavia di tutti i governi, italiani ed europei, che hanno finto di non vedere il problema, salvo poi correre ai ripari con soluzioni inutili e dannose.

Secondo elemento di valutazione: chi fugge dai luoghi natii, spendendo soldi ed affrontando viaggi della speranza, che spesso si trasformano in viaggi di morte, sono disperati che dovrebbero essere aiutati, in qualche modo; altresì, l’idea buonista di aprire le braccia ed accogliere chiunque, è praticamente impossibile, oltreché faziosa, perché lavarsi le proprie coscienze con le lacrime di questi disperati non giova a nessuno.

Questo fenomeno è divenuto un’emergenza vera e propria, e prima si mettono in campo soluzioni serie e fattibili, prima si riuscirà a gestire concretamente l’immigrazione clandestina. Continuare ad utilizzare il finto buonismo ed il politically correct produrrà ciò che è già sotto gli occhi di tutti, il fallimento più totale, il disagio sociale e tutti quegli estremismi più beceri.

Partiamo da un dato: tra gli immigrati clandestini che sbarcano sulle nostre coste, ci sono quegli richiedenti asilo politico, persone che fuggono dai luoghi di guerra, che vanno aiutati, senza sé e senza ma, e ci sono immigrati cosiddetti economici, che fuggono da luoghi poveri in cerca di un futuro migliore. Ecco, visto che quest’ultimi sono l’80% di quelli che sbarcano sulle nostre coste, allora dobbiamo con coscienza, comprendere e valutare se e come aiutarli.

Oggettivamente non possiamo accoglierli tutti, perché non ci sono opportunità economiche per tutti, né possiamo rinchiuderli in centri in attesa di capire come liberarcene, né basta un foglio di via per rispedirli al mittente, né possiamo lasciarli ciondolare in giro per le nostre città, senza arte né parte, sperando poi, di risolvere il problema in qualche modo.

Il fenomeno dell’immigrazione clandestina è serio e va risolto seriamente, non attraverso annunci e proclami, ma con atti concreti, ed in modo silenzioso, magari, giusto per evitare isterismi buonisti, pronti a tacciare di razzismo chiunque ponga in atto azioni che superino la semplice accoglienza tout-court, e tutte quelle manipolazioni ideologiche dei partiti, che usando il grimaldello della paura, cercano consensi a buon mercato.

Il problema va risolto a monte e deve essere tutta l’Europa a farsene carico, attuando politiche di gestione, di accoglienza e di respingimento, serie e valide per tutti, senza veti, senza ma e senza muri da costruire, perché agire egoisticamente, tra i diversi Stati, non produrrà nulla di buono, ed i fatti parlano da soli, e forse avere una voce unica, invece che chiassose e starnazzanti voci, è certamente meglio.

È naturale che una barca in mezzo al mare, stracolma di profughi vada messa in salvo, perché l’aver trasformato il Mar Mediterraneo nel più grande cimitero è un peso sulle nostre coscienze che pesa tantissimo.

È evidente che quelle sul barcone sono persone e non bestie da macello, e a loro va dato tutto il rispetto e la dignità possibile; per cui chiuderle in centri d’identificazione a tempo indeterminato è pura follia, così come è folle chiedere il rimpatrio immediato.

Non si può, nel rispetto delle regole, rimpatriarli in poche ore o in pochi giorni; ogni caso va valutato a se, e ogni persona va riportata a casa sua, se ci sono accordi per riprenderseli.

Ma dove sono questi accordi? Perché non ci sono impegni forti per attuarli? Perché deve essere l’Italia, ad esempio, a stringere accordi con l’Egitto per il loro rimpatrio e non la stessa Europa?

E perché l’Europa si è impegnata attivamente per stipulare un accordo con la Turchia, e che accordo, affinché chiuda i propri confini di transito, riprendendosi gli immigrati sbarcati in Grecia in cambio di moneta sonante, e non si impegna anche con tutti gli altri Stati africani, da cui partono la stragrande maggioranza di quelli che sbarcano sulle italiche coste?

Ecco, questa dovrebbe essere una base di partenza: stabilire accordi per il rimpatrio dei migranti economici, ma che sia l’Europa a stipularli, affinché il peso e gli oneri non cadano tutti sulle spalle di alcuni governi.

Il problema numero due è quello dell’accoglienza, il primo soccorso; dovrebbe essere l’Europa a pattugliare le coste, dovrebbe essere l’Europa a distribuire i naufraghi tra gli Stati europei, che devono essere identificati e restare il tempo necessario per accogliere la loro richiesta d’asilo o per il loro rimpatrio.

Se tutti gli Stati europei si facessero carico seriamente dei migranti che giungono sulle coste italiane, il problema non graverebbe solo sull’Italia, ma per arrivare a ciò ci dovrebbe essere anche la seria volontà politica di superare la Convenzione di Dublino.

Il fenomeno dell’immigrazione clandestina deve essere un fenomeno che va gestito e non subìto, per cui va bene l’accoglienza ridistribuita su tutto il territorio europeo, vanno benissimo gli accordi per il rimpatrio, che potranno essere un efficace deterrente, ma l’obiettivo nostro, umanamente, dovrebbe essere quello di impedire a questi barconi della morte di mettersi in mare, spezzare definitivamente il traffico criminale di esseri umani.

Allora tutta la comunità internazionale, attraverso le sue Organizzazioni non governative, dovrebbe impegnarsi nel creare centri di raccolta, centri d’aiuto, sulle rotte di transito dei migranti, ben molto prima che essi giungano sulle coste per imbarcarsi, e lì valutare caso per caso, se respingerli o aiutarli nell’emigrazione. Risolvere il problema a casa loro, impedirebbe di spostare poi, il problema a casa nostra, questo è evidente.

Se, poi, tra gli operatori umanitari presenti inseriamo anche persone di cultura e lingua araba, certamente questi sventurati troverebbero pure una voce amica, e magari si eviterebbe pure l’odioso fenomeno della radicalizzazione, che è sempre più evidente, come nel caso del ragazzo tunisino, carnefice della strage di Berlino, un immigrato clandestino partito dalla Libia, sbarcato sulle coste italiche, finito in un centro di raccolta per l’identificazione, e da lì in carcere per un episodio di violenza di cui era stato protagonista, e poi con un foglio di via, lasciato libero di girovagare per l’Europa, perché fu impossibile rimpatriarlo in assensa di accordi con la Tunisia, fino a compiere, poi, la strage ai mercatini di Natale berlinesi.

Non basta urlare “a casa!” per risolvere il problema, né piangere vedendo i tanti barconi sbarcare sulle nostre coste, ma ci vuole fermezza, regole chiare, e, soprattutto, volontà di affrontare questo fenomeno seriamente, non smistando questi poveri disgraziati, un po’ per ogni comune e continuando a far ingrassare il business di certe cooperative, come oramai è più che evidente; si deve operare con una visione d’insieme, magari finalmente europea, con una voce unica, e soprattutto non con il pregiudizio e la cura dei propri interessi di bottega, ma con quel buonsenso che troppo spesso manca in questa politica.

 

 

Raffaele Zoppo

 

 

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