L’EFFERATO DELITTO DI FERRARA: NESSUNA PATOLOGIA NEI DUE RAGAZZI ASSASSINI, MA SOLO QUEL TERRIBILE MALE DI VIVERE


 

Ci fu Pietro Maso che uccise, in una notte di follia, i suoi genitori, solamente per poter intascare la preziosa eredità, senza attendere che sia la morte naturale a portarseli via.

Ci fu Erika, con il suo fidanzatino Omar, che decise di sterminare la propria famiglia, per l’odio che covava nei loro confronti; le loro coltellate trucidarono sua madre ed il suo fratellino, salvando il padre, impegnato al lavoro.

Furono casi di cronaca nera che destarono sconcerto nell’opinione pubblica, sui quali s’inerpicaroro sterili dibattiti seguendo il filo sociologico e psicologico, analizzando la nutura dei soggetti, e le dinamiche interne ai nuclei familiari, perché non è mai facile comprendere il perché di un figlio che toglie la vita al proprio genitore, soprattutto quando non ci sono particolari disagi familiari, né abusi o atti di violenza che possano in qualche modo giustificare un figlio che si vendica di una realtà che è costretto a subire.

Il caso di Ferrara presenta, più o meno, gli stessi aspetti, desta lo stesso sconcerto, e dovrebbe illuminare, in qualche modo, una società che sta perdendo la propria bussola morale.

Un ragazzo sedicenne che decide di ammazzare brutalmente i propri genitori, coinvolgendo nell’atto criminale un amico, ed insceni, poi, una bizzarra, quanto meno improbabile, rapina, salvo poi crollare sotto le domande pressanti degli inquirenti, confessando l’inconfessabile, è un efferato evento di cronaca nera che non può essere liquidato a buon mercato, con il disagio giovanile ed una spicciola lezione di sociologia.

Cercare una motivazione nel gesto brutale del figlio ferrarese che decide di uccidere i propri genitori, non è cosa semplice: non ci sono soldi o eredità a cui mirare, né c’è un odio così profondo; qui c’è una normale famiglia, con normali problemi, o almeno, ciò è quello che è emerso in queste prime battute; una famiglia dove ci sono continue discussioni per quel ragazzo che non riesce a fare pace con la sua voglia di studiare e con la scuola. Sono i cattivi voti, infatti, a scatenare discussioni forti, ma non possono essere questi, da soli, un motivo scatenante la voglia di uccidere tuo padre e tua madre.

Pensare, organizzare, pianificare un delitto così efferato, e metterlo in pratica, in modo così brutale è proprio di una mente criminale, lucida e cosciente, e come un criminale andrebbe giudicato, sia lui che il suo amico complice.

Però, i due ragazzi non sono assassini, e questo va detto. In loro non c’è piacere nell’uccidere, non c’è sadismo, quel loro progetto di morte fa acqua da tutte le parti, ed anche per questo crollano quasi subito, ammettendo ogni responsabilità.

L’aspetto processuale dovrà seguire il proprio corso giuridico, e giudicarli in base ai fatti e agli atti brutalmente compiuti; ma se riuscissimo ad indagare in profondità nelle loro menti, se riuscissimo a codificare il loro disagio, potremmo anche recuperare questi ragazzi, senza però, cancellare mai la macchia di sangue di cui si sono sporcati per sempre.

In questi ragazzi si delinea, forse, un certo narcisismo autoreferenziale, un sentirsi onnipotenti e padroni del proprio destino, anche se non hanno alcuna capacità di leggerlo, questo loro destino.

Di ragazzi adolescenti che si ribellano ai propri genitori, che manifestano prepotentemente il proprio IO, contraddicendo regole e norme imposte dagli adulti, ne è piena la storia del mondo; è la fase di transito tra il ragazzo adolescente e l’adulto, un percorso che può essere più o meno traumatico, ma fondamentale per divenire finalmente adulti, che sanno assumersi delle responsabilità, sanno costruirsi un proprio destino, abbandonando l’ala protettrice del nido familiare.

Il problema, forse nasce dal fatto che questo abbandono, oggi, viene spostato sempre più troppo in là con gli anni, e la stessa crescita formativa viene sempre più ovattata. I genitori offrono tanto, troppo, ai propri figli, cedono alle loro richieste con troppa facilità, perdonano e giustificano tutto a loro, non consentendogli così, una vera crescita caratteriale.

Mancano terribilmente i no, detti in modo giusto e perentorio, e mancano quelle regole chiare e precise, che se infrante portano poi, a conseguenze altrettanto chiare ed evidenti; c’è una sorta di permissivismo, sempre meno strisciante e sempre più palese, un continuo accettare confronti alla pari, quasi che gli stessi genitori vogliano vestirsi del ruolo di amico dei propri figli, perdendo così ogni forma di autorità, necessaria a ricondurre il proprio ragazzo sulla via di una giusta crescita formativa.

Questo è forse, uno dei grossi mali di questa nostra società, che purtroppo è malata, e la famiglia è proprio il primo mattone di questa società, e qui va cercata l’origine di tale malattia. Non ci sono altre scappatoie. E tutto ciò deve farci paura, ma deve anche stimolarci nell’interrogarci continuamente, per trovare nuove soluzioni.

Un ragazzo che vede nell’eliminazione fisica dei genitori la fine più veloce per risolvere i problemi di quelle continue discussioni, è un ragazzo che non è capace di affrontare la vita, con tutti i suoi drammi, non ha la maturità per assumersi delle responsabilità.

E la brutalità dell’atto, l’omicidio efferato non generato però, da un impulso improvviso, da un atto di rabbia al culmine di una violenta discussione, ma covato nella propria mente, pianificato nei dettagli, e messo in pratica senza esitazioni, è un altro elemento che dovrebbe condurci a forti riflessioni. In quel momento, con quell’ascia, lui non aveva deciso di uccidere i suoi genitori, ma stava tentando solamente di eliminare il suo problema esistenziale, nel modo più veloce possibile; uccidendo loro, stava uccidendo se stesso, quei genitori erano solamente il riflesso del suo fallimento di vita, e dell’incapacità di gestirsi la propria vita.

Il fatto che dopo il delitto, si siano ripuliti, abbiano gettato via l’arma del delitto ed i vestiti insanguinati, e tornati a casa dell’amico, abbiano trascorso la notte in compagnia della play station, fa ancora più comprendere il vuoto esistenziale di queste giovani menti. Non c’è pietas per i propri genitori morti, non c’è alcun pentimento per l’efferato gesto, né un godimento perverso, o un appagamento per l’atto compiuto; c’è lo scorrere continuo della vita, il vuoto delle proprie coscienze, riempito dal virtuale che oramai costituisce il mondo vero nel quale rifugiarsi.

E come in un videogioco, si uccide non per piacere, né per raggiungere un nobile scopo, ma semplicemente per passare al livello successivo, così nel reale, si uccidono i propri genitori, solamente per andare allo stadio successivo, senza rimorsi e senza una profonda cognizione di causa.

È il vuoto esistenziale che pervade la nostra società, è l’effimero a cui tendiamo, senza troppi obblighi morali, senza una coscienza che possa salvarci, senza regole da rispettare, perché tutte loro, più o meno, si possono aggirare, in qualche modo, oppure eliminare.

Siamo una società che corre perennemente a vuoto, senza una meta, senza una prospettiva, senza un futuro verso il quale tendere; e questo correre in un eterno presente, cognitivamente deresponsabilizza l’individuo, perché il cervello non riesce più a cogliere le conseguenze, affettive, sociali, giuridiche, a cui questo nostro agire conduce. Ci adattiamo istintivamente a questo stile di vita, in cui si morde il presente senza più osservare un futuro, e perdiamo ogni forma di coscienza critica, incapaci di orientare il nostro decidere.

È questa una società costruita sul materialismo, in cui si cerca il superfluo come status sociale per affermare la propria esistenza.

Il possesso materiale soddisfa un bisogno impellente, ma non colma il vuoto dentro di noi, e continuiamo perennemente a cercare beni, a desiderarli, a raggiungerli, senza sentirci appagati.

È una società disgregata nei suoi valori, una società liquida, come la definì meravigliosamente il filosofo Bauman, recentemente scomparso, in cui emerge sempre più un individualismo sfrenato, un apparire a tutti i costi, che diventa il vero valore di questa vuota società, ed il consumismo sfrenato ne è l’unica bussola da seguire.

Una società infelice e non appagata, una società insoddisfatta, una società priva di coscienza; ed in questa società, vivere i rimproveri di un genitore, magari preoccupato per il futuro del proprio figlio, può essere un terribile peso da accettare, per cui si può preferire uccidere pur di far smettere tale tortura, come è successo a Ferrara, e quei ragazzi sono solo l’emblema di questa società di vuoti a perdere. Nessuna patologia mentale in loro, nessuna infermità, semplicemente il proprio male di vivere. E rifletterci su, potrebbe finalmente, aiutarci a guarirla, questa società malata.

 

Raffaele Zoppo

 

 

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