OLIVIERO BEHA RACCONTA A SUO NIPOTE LA GIUNGLA QUOTIDIANA IN CUI VIVIAMO. LUI, IL FUTURO, UNICA SPERANZA PER USCIRE DA QUESTO INTRICATO, OSCURO MONDO


Lui è lì, e come una folgorazione nella comune, banale e straordinaria esperienza di un nipote, di due generazioni dopo di te, del tempo che corre negli anni davvero luce (be’, insomma, anche in penombra…), improvvisamente mi colpisce come uno schiaffo la realtà del futuro“.

Un futuro che incute timore, che fa paura, perché “adesso è davvero una giungla“, e l’oggi è “una foresta sempre più disumana di piante carnivore e individui animalizzati nel senso peggiore, di organismi geneticamente modificati dall’insensatezza“.download-1

Come può un nonno raccontare al proprio nipote, innocente cucciolo d’uomo, che sgambetta incoscente in un mondo fragile e disumano, la dura realtà in cui si troverà vivere, come può “descrivere la giungla in cui è venuto al mondo“, e che sta già ora respirando, lui, oggi così piccolo ed incapace di comprendere la durezza di questa società, un novello Mowgli che sarà comunque costretto a crescere “senza pantere come Bagheera che lo proteggano“?

Oliviero Beha ci riesce attraverso il suo ultimo pamphlet, “Mio nipote nella giungla“, edito da Chiarelettere.

Un racconto scritto con l’anima, un testo schietto e diretto, perché non si può mentire di fronte agli occhi innocenti di un bambino; ma è anche un racconto che vuole comunque aprirsi ad una speranza, quella che le generazioni future possano mutare ciò che la generazione presente ha già terribilmente rovinato.

Beha può “solo raffigurarla, questa giungla, o provare a farlo nella maniera più lineare e accessibile, sintetizzando i temi che si intersecano nella nostra/sua quotidianità, dicendo senza sconti le cose come stanno, almeno a parere di chi le ha vissute e se le è sentite addosso, disboscando gli intrecci di liane mentre gli anni si accalcano alla porta qualche volta bussando, altre entrando senza difficoltà perché ne possiedono la chiave“.

Oliviero Beha può semplicemente provare a ricercare ciò che li accomuna, “il futuro nel passato, il passato verso il futuro, lui batuffolo fatto già quasi persona e io persona sempre più imbatuffolita negli acciacchi, che ha già traversato molta vita in un mix di velleitarismo e conoscenza“.

Beha lo riesce a fare con quel suo stile, così caustico e tagliente, attraverso quel suo sguardo, così acuto e critico, certamente anche con un linguaggio feroce e crudo, ma sicuramente con l’onestà che da sempre lo ha contraddistinto, proprio “per non spegnere l’entusiasmo vitale nel suo sguardo, la sua curiosità, la sua socievolezza“, quella di lui e dei nipoti di tutti, costretti a vivere “in un’Italia trasfigurata al suo interno e decimata nei rapporti con il resto del mondo“.

Oliviero Beha trova la forza di indagare il nostro presente, questa nostra vita, vissuta da internauti, immersi in un mondo parallelo, virtuale, fatto di Facebook, di Instagram e di selfie, che troppo spesso, però, si sovrappone e si confonde con quella reale.

Racconta il presente, i suoi mali, le sue fragilità, descrive questa giungla nella quale il suo cucciolo è venuto al mondo, semplicemente perché “è lui il futuro, e gli altri come lui, qui e dappertutto, semplicemente lui”, e deve essere preparato ad affrontarla, questa giungla, deve essere pronto a trovare la forza ed il coraggio per superare le tante difficoltà che gli presenterà, e, magari, anche cambiarla.

Una giungla, questa, in cui la salute è divenuta merce, condizionata da interessi e profitti, una giungla in cui “trionfa lo spreco, l’obesità, il recital degli chef” e “l’improvvisa vocazione a ‘laureati della scienza gastronomica’ a mezzo tv“; una giungla nella “quale sia il non sapere le cose che il non saper esprimersi risultino una specie di norma. Una regola per essere accettati in società“.

Un mondo in cui “la solitudine si annida dietro uno schermo, anche se acceso, e la virtualità di un social network raggela il fine e insieme il rischio del calore umano“, ed il “fulcro della comunicazione è ormai identificato nei Tweet, slogan semipubblicitari di qualche battuta e spesso di nessun interesse“; una “foresta fatta di diseguaglianze sociali ed economiche mostruose“, in cui il complesso processo evolutivo e la globalizzazione hanno avuto un ruolo da protagonista assoluto; una società che ha smarrito i propri valori fondanti, dove, ad esempio, l’idea, magari non proprio così perfetta, della famiglia tradizionale sta scomparendo inesorabilmente, mentre l’utero in affitto e l’adozione stanno diventando “forme diverse di shopping a un disgraziato outlet della scienza e delle miserie umane”.

Una foresta in cui la flora è “sempre più confusa e ardua da disboscare“, mentre la fauna è composta da animali “sempre più cattivi, che per denaro e potere“, ogni giorno mettono a rischio la sopravvivenza dei suoi abitanti.

E sarà pur vero che nella giungla vige la regola del più forte, quello che istintivamente sa meglio adattarsi ai cambiamenti, ma in questa nostra giungla quotidiana vince solamente il più furbo, il più scaltro, colui che sa scendere a patti con il peggio pur di ottenere un proprio tornaconto, o, più semplicemente, pur di sopravvivere senza essere sopraffatto. A tutti gli altri, invece, non resta che vivere narcotizzati, anche attraverso un’informazione deviata, “confusa, manipolata, invasiva e insufficiente insieme“, opportunamente truccata per non far emergere la piena verità, per consentire ai furbi senza scrupoli, a queste “fiere in doppiopetto“, di dominare in questa giungla senza memoria.

Una giungla così disgraziata in cui, “nell’attraversamento di un fiume tra una parte povera e una parte ricca della vegetazione“, avviene “una carneficina di cui non abbiamo neppure i numeri veri, se non per difetto“; una giungla in cui domina solo la paura e l’angoscia del terrorismo dell’Isis, ad esempio, e dove il controllo del territorio, “e quindi anche di compravendite e trasferimenti di armi è notoriamente di pertinenza della Camorra, che come la ’Ndrangheta e Cosa Nostra ha fatto grandi ‘salti di qualità“.

Una giungla che si concede “alle scorrerie di una classe dirigente arricchita economicamente e impoverita da ogni altro punto di vista a spese di una moltitudine diretta che se ha mai avuto un’anima oggi l’ha smarrita“, una giungla dominata “dalle belve di vario genere, tra la politica e la cronaca nera, tra i Caimani e i Canari“, a cui si aggiunge “qualcosa che la infoltisce e opacizza ancora di più: il capitalismo di relazione”.

Una giungla in cui l’illegalità è divenuta legale, una continua truffa “di chi gira sulla giostra a danno di chi li sta a guardare pagando il biglietto con i propri risparmi“, una giungla che dovrebbe incutere timore, spaventare, terrorizzare, ma che, se si riuscisse solamente a prendere piena coscienza di ciò che ci circonda, forse si troverebbe anche il coraggio di cambiare tutto.

È l’unica possibilità che abbiamo per salvarci veramente in questa giungla, è l’unica speranza cheOliviero Beha lascia a suo nipote, quella che “per simbolica o fisica che sia, la tendina si apra più spesso all’interno, ridando vita alla curiosità e curiosità alla vita (anche grazie o malgrado gli smartphone), e il tatuaggio non faccia parte all’esterno soltanto di quella giungla in discesa da cui è necessario uscire: anche a costo di sperimentare un’altra giungla”.

Nessuna pia illusione che avvenga ciò, ma un umano afflato affinche non si spenga pure questa debole fiammella.

 

 

 

 

Raffaele Zoppo

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