IO SO ED HO LE PROVE: IL TEATRO SI FA PORTAVOCE DI UNA BATTAGLIA SOCIALE, CONTRO IL SISTEMA CREDITIZIO MALATO


“Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita”, disse Eduardo De Filippo, e, forse, proprio per trovare questo senso, certe pièce andrebbero viste con lo sguardo attento e l’animo ben disposto.

Come nel caso di “Io so ed ho le prove”, un monologo diretto ed interpretato dallo straordinario Giovanni Meola, adattato dall’omonimo saggio scritto da Vincenzo Imperatore, in scena al Teatro Piccolo Re di Roma, prima tappa di una lunga tournée nazionale.

E, con questo spettacolo, il teatro si fa portatore sano di cultura civile, diventa strumento di denuncia sociale, pone in atto un’attenta riflessione sulla natura degli eventi che ci circondano quotidianamente.

Il saggio di Vincenzo Imperatore, edito da Chiarelettere, ha denunciato i mali del sistema bancario, quelle sue storture, quegli abusi, quegli artifici, più o meno legali, che il sistema ha perpetrato in questi anni, conducendo il sistema creditizio al fallimento attuale, più o meno conclamato, e mettendo, purtroppo, in crisi migliaia di correntisti innocenti, la cui unica colpa fu quella di fidarsi del sorriso di un direttore, certi che quel sorriso non celasse alcun inganno.

Vincenzo Imperatore in quel sistema ci ha trascorso più di vent’anni, ne è stato un ingranaggio perfetto, un allineato di ferro, finché non ha fatto i conti con la propria coscienza, e si è ribellato ad esso, uscendone fuori e denunciando tutti gli orrori delle banche; una denuncia seria, precisa, puntuale, proprio quella di chi è stato attore protagonista in questo sistema, e può denunciarlo avendo tutte le prove dei misfatti.

A portare in scena un atto d’accusa così forte è stato il coraggio di Giovanni Meola, che dal libro pubblicato, e dai lunghi colloqui avuti con Imperatore, ne ha tratto un adattamento teatrale, che non smarrisce la sua forza di denuncia, nè mai si limita ad edulcorare il tema trattato o ad enfatizzare la figura del protagonista stesso.

Su una scena spoglia di qualsiasi orpello, appare lui “Enzo il pazzo”, il ragazzino cresciuto in un quartiere popolare napoletano, con la sua passione per il calcio, la poca voglia di studiare ed il tanto tempo da trascorrere con gli amici del suo piccolo rione.

Fu, invece, sua madre a stimolarlo, a pungolarlo, a spingerlo a studiare, per uscire dall’anonimato di una vita vissuta nel rione, tra stenti e fatiche, per diventare qualcuno.

Ed “Enzo il pazzo”, si è diplomato, laureato, ha fatto pure un master, ed ha trovato il lavoro che lo ha accompagnato per oltre vent’anni, un posto sicuro: in banca.

Lì, le sue capacità, la sua ambizione, la sua voglia di emergere lo hanno spinto in avanti, sino a raggiungere posizioni manageriali importanti. Lì si trovò al posto giusto nel momento giusto, e fu la sua fortuna.

La banca divenne la sua seconda mamma, lo coccolava, lo incentivava, lo stimolava, e gli concedeva il lusso di vivere una vita intensa, ricca di soddisfazioni, agiata.

Era il periodo d’oro del sistema creditizio, quando in banca non ci andava solamente per depositare i propri soldi; la banca ti vendeva titoli azionari e non solo, ti finanziava acquisti, ti concedeva linee di credito, la banca ti proponeva investimenti; la banca faceva soldi con tutto, mentre l’ignaro correntista firmava, prendeva, otteneva, anche ciò che non gli serviva, ma in un sistema drogato nessuno si curava dei rischi che si potevano correre.

Ed Enzo il pazzo era bravo nel suo ruolo, riusciva a dirigere la sua squadra in modo preciso e meticoloso, pretendendo il massimo da loro, sapeva convincere i propri clienti ad avventurarsi in acquisti rischiosissimi, senza alcun timore.

Poi la coscienza prende il sopravvento, la realtà intorno a sé inizia a dimostrare le sue prime crepe, anticipo del disastro che stiamo vivendo oggi, e l’allineato di ferro riscopre la sua anima anarchica e reazionaria. È una lunga e difficile conversione, quella sua, che non solo lo porta ad abbandonare la sua mamma banca, ma anche a denunciarla, lenti e difficili passi, questi, di una redenzione.

E lo spettacolo messo in scena da Meola, vibra di intensità mentre ripercorre questa lunga scalata al potere di Enzo il pazzo, la sua discesa agli inferi e la sua rinascita.

E sul palco a fare da contrappunto al protagonista troviamo anche la bravissima Daniela Esposito, che firma pure le musiche dello spettacolo; lei con i suoi vocalizzi, suoni e rumori, dà vita ai diversi personaggi che nascono dal racconto di Enzo il pazzo, donando allo spettacolo brio ed ironia.

E lasciandosi coinvolgere da questo traumatico racconto, il pubblico riflette sulle condizioni umane e sulla quotidianità così problematica, prendendo coscienza che c’è comunque una possibilità per uscire da questo tunnel in cui siamo precipitati: basterebbe che ognuno, per la propria parte, inizi a denunciare, basterebbe che tutti uniscano le forze per ricondurre finalmente il sistema finanziario verso una ragione più etica e morale.

Cambiare si può e si deve, ed il teatro, di questa lotta sociale, si fa con merito, portavoce.

 

 

 

 

Raffaele Zoppo

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