«UN SOGNO DENTRO UN SOGNO» L’amletico dilemma della Venere in pelliccia


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Dal 26 gennaio al 5 febbraio 2017, presso il Teatro Ambra Jovinelli di Roma, andrà in scena la Venere in pelliccia di David Ives, nella traduzione di Masolino D’Amico e diretta da Valter Malosti, presentata per la prima volta in Italia lo scorso aprile.

Lo spettacolo, pluripremiato a Broadway da diversi “Tony Awards” e accolto con un certo favore anche al cinema, grazie al film di Roman Polanski (“Premio César” come miglior regista, al Festival di Cannes nel 2013), ripropone l’abbraccio contorto, incandescente e contraddittorio fra Eros e Thanatos, che intrappola Severin von Kushemski, il protagonista della Venere in pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch (1870), attraverso un intrigante gioco meta-teatrale. Alla fine di un’inconcludente giornata di audizioni, un regista (Valter Malosti) alla ricerca di un’attrice che incarni degnamente la femminilità, crudele e aristocratica, di Wanda Von Dunayev, si imbatte in Vanda Jordan (Sabrina Impacciatore), aspirante attrice, rozza e svampita quanto procace e determinata. Fra i due si instaura un rapporto di conflittuale intimità che coinvolge la mente e le emozioni, prima e ancor più che il corpo, stravolgendo la logica dei reciproci ruoli. Nel corso del provino, il confine tra finzione e realtà si assottiglia, sbiadisce fino a creare l’illusione che Vanda sia davvero la “Venere in pelliccia”, spietata predatrice piuttosto che preda ingenua e indifesa del regista. Motivo di fondo e vera chiave del successo è dunque l’ambiguità che modella i personaggi come identità interiormente scisse, tenute insieme soltanto dai costumi (Massimo Cantini Parrini, “David di Donatello” 2016). Interpretare Vanda Jordan significa infatti, per la Impacciatore, accogliere anche i tratti di Wanda Von Dunayev che la attraversano, dando così espressione a due (seppure impercettibilmente) distinti caratteri in uno solo. Allo stesso modo, è difficile stabilire se Malosti, regista sul palco e fuori dal palco, stia recitando la parte di un personaggio che, per pura coincidenza, porta il suo nome, e svolge il suo mestiere o non stia portando in scena altri che se stesso. A suggerire una distinzione tra i diversi livelli intervengono, in un primo momento, le luci (Nicolas Bovey) e la musica di sottofondo (Gup Alvaro, “Premi  Ubu” 2014), ma il dubbio, anziché risolversi, si approfondisce via via fino ad una conclusione volutamente misteriosa.

 

Box informazioni:

Venere in pelliccia

(26 gennaio – 5 febbraio 2017)

Teatro Ambra Jovinelli

Via Guglielmo Pepe 45, Roma

http://www.ambrajovinelli.org

 

Giada Sbriccoli

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