Caro Signor Presidente, certi Giorni si Ricordano…


 

Signor Presidente, quest’anno Lei non parteciperà alle commemorazioni del 10 febbraio, Giorno del Ricordo. Non metto in dubbio la Sua buona fede e l’agenda istituzionale, così fitta di impegni, da non permetterLe di presenziare neppure pochi minuti di saluto iniziale ad una cerimonia che non solo onora la morte di vittime innocenti, non solo ricorda una delle pagine peggiori della Storia contemporanea, non solo denuncia una pulizia etnica per decenni sottaciuta, ma, soprattutto, ricorda lo strazio perpetrato su Italiani, la cui unica colpa fu di aver scelto di esserlo, e sul di cui sangue la Repubblica firmò gli accordi della propria istituzione.

Lei, caro Presidente, ben saprà perché al Ricordo è dedicato il 10 Febbraio, ebbene in questa data di ben 70 anni fa, l’Italia firmò il Trattato di Parigi, uno degli accordi più vergognosi cui l’Italia ha chinato la testa, costato, in termini economici e territoriali, ben più di quanto altri alleati dell’Asse abbiano pagato. Ed oggi ne sono palesi le conseguenze: a fronte di una Germania che ha recuperato non solo i territori e l’egemonia economica e politica nel continente e nel mondo, che ha anche riunificato il suo popolo diviso ed amministrato dalle potenze alleate nel dopoguerra, le nostre genti, invece, restano un incidente nella cronaca, neppure degne di essere ricordate, ancora oggi confutate e vilipese, in attesa di risarcimenti frettolosamente condonati a favore di una unione europea di Borsa e finanza. In realtà, i giorni del ricordo dovrebbero essere due: il 10 febbraio 1947 ed il 5 ottobre 1954, forse tre, includendo il 10 novembre 1975 a memento dell’ignominia e dell’indifferenza con cui lo Stato ha ceduto territori grondanti il nostro sudore ed il nostro sangue.

In tutto ciò, ha ragione, la Sua onorevole assenza sarà notata di meno, in fondo a chi rendere conto se non ad una sparuta minoranza in via di estinzione? Ha ragione Lei e le Istituzioni “democratiche” di questo Paese che, per decenni, ci hanno occultato, poi ricordato quando i testimoni scomodi erano, per ovvi motivi anagrafici, tacitati, ed ora via, via dimenticati nella distrazione di questioni ingenti e urgenti, opportunamente contingenti. Ma sa, caro Presidente, noi non abbiamo bisogno di nastri e corone di alloro per ricordare, non abbiamo bisogno di medaglie al merito o targhe intitolate: noi, i nostri morti, li piangiamo nel cuore ogni istante della nostra esistenza, con la dignità e l’onestà che ci ha sempre distinto. Lo strazio dell’esilio, l’orrore della morte, la distruzione dei bombardamenti che hanno raso al suolo le nostre città, il genocidio perpetrato scientificamente e capillarmente, nell’eliminare dalle nostre Terre ogni traccia di italianità, dai registri anagrafici, dalle scuole, dai monumenti, dai nomi e dall’odonomastica, noi ce lo portiamo nell’anima, solinghi in quella melanconica inquietudine di infinita diaspora. Quando fummo costretti a lasciare i lidi natii, senza poterci accomiatare dalle nostre case, dai nostri cimiteri, i luoghi cari della memoria, su quei treni o su quei piroscafi fummo ammassati come bestie, con un carico procapite contingentato, in cui stipare le nostre esistenze, ma scegliemmo l’Italia, la Patria cui eravamo pronti a sacrificare la vita. Fu l’Italia a non scegliere noi.

La mia gente ha da subito compreso con che tipo di Italia avremmo avuto a che fare, già quando fummo accolti come dei Caino dai nostri compatrioti, quando non fu permessa neppure la sosta ed un miserevole conforto ai nostri convogli, quando al posto di abbracci ci accolsero sputi ed urina, offese ed epiteti disonorevoli, il più bruciante dei quali lo stamparono sui nostri documenti: “profughi”, nati in “Jugoslavia”. Noi non siamo mai stati pro-fughi perché non siamo scappati da nulla e da nessuno, semmai scacciati, depredati dei nostri averi, sradicati dai nostri siti italiani, a dispetto persino dell’epurazione austroungarica. Dov’era Italia, Jugoslavia neppure esisteva come espressione geografica. Comprendemmo da subito, caro Presidente, che noi, in quella neonata Repubblica, saremmo stati cittadini altri, diversi nella cultura, diversi nel genoma. Oggi turpi e razzisti risultano i racconti di accoglienza extracomunitaria, allora fu ordinaria barbarie offerta ai propri connazionali. I CRP, “campi profughi”, asili allestiti in ex campi di concentramento, vecchie baracche di cantieri inoperosi, camerate di caserme dismesse, dai vetri rotti, senza acqua, servizi igienici, cibo, vesti, con una intimità ricercata tra le coperte stese a mo’ di pareti immaginarie, in disordinata promiscuità, ove la pudicizia fu barattata per la sopravvivenza…Di questo e tanto altro, caro Presidente, i nostri genitori tacquero, ai maestri fu inibito insegnare, e noi ci siamo portati questo peso dell’anima, nel nostro modo mite, ma concreto di ricostruire altrove il nostro esistere.

È difficile, oggi, in tempi così lontani da quegli accadimenti, spiegare il significato di queste cinque lettere, ma per noi, cresciuti a pane e lealtà, ITALIA é sinonimo di PATRIA, parole ricche di significato storico, culturale, vive nella nostra identità di cittadini forzatamente cosmopoliti, apolidi del cuore. Ed ogni 10 Febbraio noi, figli, nipoti, esuli di seconda, terza, quarta generazione, vogliamo ricordare al mondo il motivo di quei rastrellamenti, a guerra finita, di quei civili incolpevoli ingoiati nel Carso, di quei véci morti di nostalgia, di quei putei morti di stenti, di quelle mule vedove premature morte di dolore…Ecco Signor Presidente, mentre Lei sarà in altre faccende diplomatiche affaccendato, impegnato a costruire la Storia del nostro Paese, democratico, rispettoso delle minoranze e inclusivo delle differenze, NOI continueremo a ricordare, testimoni scomodi tra le pagine di una stridente Storia concordata dai vincitori e la Sua assenza, perpetua l’essenza della dimenticanza delle nostre vicende. Un Paese non rispettoso delle proprie genti e del passato difficilmente getta le basi di un solido futuro.

 

Sabrina Cicin

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