LA NOSTRA SOCIETÀ, MATRIGNA CON UNA GENERAZIONE A CUI HA TOLTO LA FELICITÀ ED IL FUTURO


Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi“.

Così inizia la lettera scritta da Michele, casualmente ritrovata, diversi giorni dopo che il giovane  trentenne, in una fredda giornata di fine gennaio scorso, ha deciso di porre fine al suo malessere esistenziale togliendosi la vita.

Ora, leggendo questa lettera sarà facile, scadere, poi, nella più inutile retorica, o iniziare banali discorsi sul male di vivere, sulla società e le sue problematiche, cercare forse, pure una rassicurante spiegazione ad un gesto così estremo di un ragazzo che viveva la sua quotidianità normalmente; bene, invece, hanno fatto i genitori a rendere pubblica la lettera, evitando accuratamente, comunque, di partecipare a dibattiti televisivi ed ospitate domenicali varie; hanno preferito vivere il loro dolore privatamente, e, forse, questo è anche qualcosa di più sensato, finalmente, in una società dove ognuno tende a mostrarsi ad ogni costo, nella sua nudità più completa e senza alcun pudore; ma allo stesso tempo, hanno deciso comunque di dare voce alle ultime parole scritte dal loro figlio, affinché possa essere uno spunto di riflessione per tutti noi, attori di una società vuota e superficiale.

Una scrittura lucida, quella di Michele, un’analisi ponderata la sua, non frutto di un attimo di follia, ma di attenta riflessione, come se guardandosi dentro, egli ha visto tutto l’abisso in cui la sua vita stava precipitando, e non trovando né risposte al suo malessere, né speranza alcuna di emergere da tale stato, ha scelto di eliminarsi per eleminare ciò che lo stava uccidendo.

Non importa morire presto o tardi, ma morire bene o male; morire bene significa sfuggire al pericolo di vivere male”, scrisse Seneca, e Michele, ha risposto ad un suo bisogno ed ha deciso di morire bene.

Leggere la sua ultima lettera potrebbe rappresentare per tutti un momento di vera riflessione, di profonda analisi di questa società, per capire, comprendere e magari riuscire pure ad aiutare i tanti Michele che sono sprofondati nel loro abisso esistenziale.

 

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.

Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.

Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.

Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.

Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, il modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.

Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

 

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto.

 

Michele”

 

Questa non appare la scrittura di una persona depressa, né quella di chi si sente semplicemente vittima di un sistema che non lo comprende più; questa è la scrittura di chi, invece, si sente altro da questo mondo, di chi sognava una vita diversa e non potendo raggiungerla ha preferito togliere il disturbo piuttosto che tentare una inutile sopravvivenza.

È il malessere di una generazione a cui hanno strappato il futuro, di quei ragazzi tra i venticinque ed i quaranta anni che non riescono a vedere intorno a sé nessuna stabilità, nessuna prospettiva, nessuna certezza di una forse probabile sicurezza.

Una generazione che fatica a trovare una propria dimensione, con un lavoro che diventa sempre più incerto, precario, difficile da raggiungere; accontentarsi di ciò che si trova, smettere di inseguire i propri sogni, per cui si è, magari, studiato tanto, oppure fuggire via, in un altro Stato, in un’altra dimensione, sperando di trovare un’oasi di serenità che ci appaghi, questo è il dilemma che affligge questa generazione, senza un presente, senza un futuro.

Una generazione che senza un lavoro certo, appagante, un lavoro che ti dia quel minimo di sicurezza e di soddisfazione, riesce in qualche modo, a sopravvivere in un sistema sordo, inseguendo le chimere dei propri sogni, aggrappandosi alle speranze di un mondo che cambierà, forse, tentando di trovare una normalità nei vuoti superficiali che sono la facciata di questa società, all’interno della quale si nasconde il buio più angosciante.

È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive“. Questa sembra oramai, una generazione di eterni panchinari, di ragazzi in attesa di una chiamata dalla vita: considerati sempre troppo giovani ed inesperti per assumersi una responsabilità, un potere, ma comunque già incalzati dalla nuova generazione più giovane che spinge per trovare il loro spazio vitale, si ritrovano così, perennemente fuori mercato, per cominciare o per ricominciare a vivere.

E chi dovrebbe quantomeno dare loro delle risposte, la politica, le Istituzioni, invece, sono sempre più distratte, impegnate in altre cose, e non vedono, non capiscono e, soprattutto, stanno togliendo loro ogni speranza. I ragazzi di questa generazione a cui hanno rubato il futuro, sono stati definiti, da certi ministri, ‘bamboccioni’, ‘choosy’, cioè schizzinosi, e addirittura il Ministro Poletti ha dichiarato recentemente che è un bene “non averli tra i piedi” quei tanti giovani che cercano speranze fuori dall’Italia; offese gratuite come risposta ad una generazione che cerca una semplice speranza, ma nessuna azione politica, invece, degna di nota per donare loro una garanzia di futuro più sicuro. Precariato, sfruttamento lavorativo sottopagato, qui in Italia non basta avere talento e passione, non basta fare sacrifici, c’è sempre qualcuno che riceve il premio al posto tuo, pur avendo capacità peggiori, solo perché ha qualche sicuro Santo in Paradiso, o la spintarella giusta.

Non è vittimismo questo, è solo la semplice osservazione della realtà, è la narrazione tragica di una generazione che non ha più uno spazio vitale nel quale esprimere il proprio talento, nel quale dare sfogo ai propri sogni.

E come società, dobbiamo sforzarci tutti, affinché alla partita della vita tutti possano sentirsi protagonisti, tutti trovino l’occasione di scendere in campo e giocarsela, anche sbagliando.

Una società che offra a tutti la possibilità ed il tempo di scoprire il proprio talento, che riesca a dare a tutti l’occasione di esprimerlo, di commettere errori e di migliorarsi.

Di no come risposta non si vive, di no si muore“, e questa generazione in precario equilibrio sta lentamente spegnendo la propria voglia di vivere i propri sogni, e questo non possiamo più permettercelo, per tutti i Michele che non ce l’hanno fatta a lottare, e per tutti i Michele che, invece, si aggrappano alla vita ed ancora combattono per gridare che esistono; perché nessuno possa più dire che: “il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino”. Come società non possiamo più permettercelo.

 

 

 

Raffaele Zoppo

 

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