STADIO SÌ, STADIO NO. ROMA TROVA LA QUADRATURA DEL CERCHIO TRA INTERESSI PRIVATI ED INTERESSE PUBBLICO.


zFinalmente, dopo un lungo tira e molla, tra mille dubbi, troppe incertezze, calcolando tutti i rischi politici a cui andava incontro la Raggi, che poteva scontentare gran parte del suo movimento, o, viceversa, tutti i tifosi della Roma, che in buona sostanza sono pur sempre suoi potenziali elettori, Roma avrà forse, finalmente, il suo stadio di calcio. A Roma potrebbero dire: ‘e che ce frega!?’, visti tutti i problemi che stanno soffocando la Capitale d’Italia, che ancora non riescono a trovare una soluzione plausibile.

Ed hanno pure un tantino ragione, in effetti, ma questa storia dello stadio è un problema che andava risolto, e che ha molteplici interessi che in fin dei conti, riguardano pure i romani, tifosi o meno.

Intanto partiamo da un dato incontrovertibile: il calcio è un business che movimenta soldi, una montagna di soldi, tanti interessi, e pure un bel numero di posti di lavoro.

Questo, ovviamente, in Inghilterra, in Francia, in Germania, in Russia, ma non più così qui in Italia. Perché? Semplice! Le nostre società calcistiche sono dei vuoti a perdere, hanno poco appeal e non riescono a trovare, salvo rari casi, veri investitori stranieri pronti a metter soldi per ricavarne, poi, lauti guadagni. Il merchandising è praticamente nullo, e tutto il loro bilancio si poggia sui soldi che le emittenti televisive pagano per avere le dirette in esclusiva. Un po’ pochino, per avere ricavi soddisfacenti, per cui, ogni società, più o meno, deve intaccare il suo tesoretto personale, visto che di mecenati vecchia maniera, non ce ne sono più, ossia vendere i propri calciatori con più mercato, per ripianare debiti.

Ma tutto ciò cosa c’entra con lo stadio? C’entra, perché il modello straniero vincente vede le società di calcio avere uno stadio di proprietà, e fare cassa con esso 300 giorni l’anno, e non soltanto per un paio di partite al mese, con eventi privati che esulano dal mero sport calcistico e spazi commerciali. E questa è già una gran bella differenza.

Noi, invece abbiamo stadi obsoleti, visto che gli ultimi costruiti risalgono al 1990, fatiscenti, scomodi, inutili, e per lo più sono tutti a carico della collettività, visto che sono comunali. E di questi tempi, risparmiare qualche euro nella gestione di uno stadio, per investirli, magari, in servizi, sarebbe certamente più utile.

In Italia, solo la Juventus, a Torino, e l’Udinese, ad Udine, hanno aperto la strada allo stadio di proprietà, ed i risultati, quanto meno sono incoraggianti.

A Roma, la proprietà americana ha chiesto di costruire il suo stadio privato, abbandonando l’Olimpico, che non è comunale, ma del Coni, e va bene.

La Raggi consigliera comunale twittò, allora che se la Roma avesse voluto lo stadio, che se lo costruisse privatamente.

In effetti, la società americana ha presentato da tempo un gran bel progetto, ha trovato i finanziamenti e pure il terreno ove costruirlo, che è privato, ossia l’area dell’ex ippodromo di Tor di Valle, che appartiene al costruttore Parnasi, partecipante anche lui, al progetto.

Proprio per incentivare la costruzione di nuovi stadi di proprietà furono varati dei dispositivi di legge, la cosiddetta “normativa sugli stadi”, ossia tre commi, 303-305, contenuti nella “Legge di stabilità 2014” approvata con la legge 27 Dicembre 2013 n.147.

Visto che l’area scelta non è di proprietà pubblica, ma privata, in base alla suddetta legge, la società dovrebbe presentare il progetto al Comune, che deve valutarlo in tempi molto stretti e già ben chiari nel dispositivo di legge, e, se riscontra la pubblica utilità del progetto, e nulla osta alla sua realizzazione, allora deve approvarlo, dando il via, poi, alla complessa macchina realizzativa.

È bene ricordare che il progetto dello stadio della Roma fu presentato già più di due anni fa, alla giunta Marino, che dopo alcuni correttivi, ha approvato in delibera la pubblica utilità della sua costruzione.

Ma la giunta Marino cade, e, in attesa del nuovo Sindaco, lo stadio resta solamente un bel progetto, un sogno per alcuni, un incubo per chi, invece, vede nelle costruzioni edilizie solo abusi e malaffare.

Alla Raggi, neo eletta sindaco, è toccata in sorte anche questa grana. La scelta non è stata semplice: gran parte del suo movimento non voleva proprio lo stadio, il suo assessore all’urbanistica Berdini non ne voleva proprio sentir parlare, mentre dall’altra parte, c’è una società privata, americana, che sulla Roma ha investito moltissimo, e sa che per rientrarci di tale investimento gli è necessario lo stadio.

Che fare? Berdini, l’assessore con la chiacchiera facile, si è fatto fuori da solo per un’intervista fuori luogo, sia per i temi affrontati, che sono più da gossip che relativi al suo assessorato, sia per le modalità nel rilasciarla; a zittire movimento ci ha pensato il guru Grillo, calato a Roma per serrare i ranghi, evitando così nuovi colpi incrociati sulla Raggi, ma resta comunque il problema di dare un parere positivo ad un progetto edilizio, cosa difficile da fare per chi vede nelle grandi opere solo abusi e speculazioni.

Provare a spostare il progetto su un’altra area? Impossibile, a detta di chi, Parnasi nel caso specifico, investe su un progetto edilizio da fare su un terreno di sua proprietà. Ipotizzare eventuali problemi? Forse, ma quali? A togliere le castagne dal fuoco sembra pensarci la  Soprintendenza statale per le Belle Arti che, a distanza di due anni dalla presentazione del progetto in Campidoglio, e dalla delibera del sindaco Marino, afferma di avviare “il procedimento di dichiarazione di interesse particolarmente importante” dell’Ippodromo; nella fattispecie, le tribune dovrebbero essere salvaguardate, perché dovrebbero essere di particolare interesse storico, artistico e architettonico.

Cioè, la soprintendenza ci ha messo due anni per capire che costruire lo stadio in quell’area significava eliminare le tribune dell’ippodromo, e ha dato un parere per preservarle? No, più attentamente, ha scritto che nessuna nuova costruzione dovrebbe superare l’altezza delle attuali tribune. E questo è importante, per la Raggi, che non può non accettare la costruzione, ma vorrebbe quantomeno ridurre il volume delle cubature.

Infatti, il nuovo stadio verrà fatto, il suo progetto è stato ridotto nel suo volume complessivo di cubature, diventando un mezzo progetto, ma è già molto, perché fare lo stadio significherà anche riqualificare un’area di Roma che è abbandonata al degrado più completo, e riqualificare anche quartieri di Roma, di cui il Comune sembra aver dimenticato l’esistenza.

Chi investe nella costruzione dello stadio, sa che gran parte degli introiti li ricaverà dalla parte commerciale, ossia dalla costruzione di appartamenti residenziali, di uffici, di locali commerciali, che è tutto il contorno del progetto, ma economicamente è la ciccia del progetto stesso.

Tagliare tutto ciò rischia di cancellare il progetto stesso. Con la Raggi si è giunti ad una riduzione dello stesso, senza troppo modificarlo: in buona sostanza vengono eliminati quei due grattacieli, sui quali in molti storcevano il naso.

In compenso il costruttore si impegnerà a fare: gli interventi connessi alla messa in sicurezza idraulica del Fosso di Vallerano e il consolidamento dell’argine del Tevere presso la confluenza del fosso (evitando così il rischio allagamenti, oggi già presente e mai risolto); l’adeguamento di Via Ostiense/Via del Mare fino al Grande Raccordo Anulare (GRA); la realizzazione di un nuovo tratto di viabilità di raccordo tra l’autostrada Roma-Fiumicino e la nuova Ostiense/via del Mare; la realizzazione di una stazione nuova per la ferrovia Roma-Lido.

In pratica il costruttore si costruisce lo stadio, più tutto il suo contorno commerciale ed in cambio risistema e riqualifica un’area degradata ed un quartiere sul quale il Comune stesso, in questi anni, poco o nulla ha fatto. D’altra parte, dove poteva risiedere la pubblica utilità di un impianto sportivo privato? Forse, questo potrebbe essere un nuovo modello per far crescere Roma: costruire con criterio, salvaguardando sempre gli interessi pubblici della comunità, a discapito degli interessi del privato. E forse certi orrori edilizi, a Roma, non si sarebbero mai visti.

Raffaele Zoppo

 

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