UNA SOCIETÀ CHE VIVE PER APPARIRE PIUTTOSTO CHE ESSERE, IN CUI SI PUÒ TRAGICAMENTE MORIRE ANCHE PER UN BANALE SELFIE


“Le comunità virtuali non costruiscono nulla. Non ti resta niente in mano. Gli uomini sono animali fatti per danzare. Quant’è bello alzarsi, uscire di casa e fare qualcosa. Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare. Non date retta a chi dice altrimenti”, scrisse l’americano Kurt Vonnegut, nel saggio Un uomo senza patria.

Invece, la nostra società sembra vivere solamente in un mondo virtuale, un mondo fatto di social network, di followers, di amici che, in buona sostanza, non conoscono nulla di te.

Siamo individui, forse, profondamente insoddisfatti della propria esistenza, pieni di paure e di insicurezze, viviamo nell’incertezza e nella perenne insoddisfazione, tanto da aver trovato un comodo rifugio in un mondo irreale, senza tempo né spazio, un mondo costruito con le nostre fantasie, e lì cerchiamo di mostrarci belli e perfetti, unici, realizzati, soddisfatti, ingannandoci ed ingannando la nostra esistenza. Lì cerchiamo l’approvazione degli altri, cerchiamo i loro like, collezioniamo amici e followers come fossero figurine, puntando sulla quantità piuttosto che sulla qualità di questi nostri seguaci.

Oramai il nostro mondo sembra racchiuso dentro lo schermo di un PC, navigando con ostentato coraggio nel mare virtuale di internet. Non c’è più il piacere di scoprire il mondo che ci circonda, basta un semplice click e davanti ai nostri occhi si materializza tutto ciò che desideriamo. Non c’è più il piacere di incontrare persone, basta un click, invii una richiesta ed in pochi minuti puoi avere amici sparsi in tutto il mondo. Non c’è più la curiosità di leggere un libro, tutte le informazioni che cerchiamo, giuste o errate, le abbiamo davanti ai nostri occhi, proprio dentro un PC.

E così abbiamo smarrito la nostra quotidianità per rincorrere la chimera virtuale di una vita soddisfacente, una vita in cui possiamo dimostrare di essere i migliori, di essere invincibili, di saper dominare la nostra vita, di saperla condurre verso porti gloriosi.

L’apparire ci procura maggiori soddisfazioni dell’essere. E in questa nostra rincorsa folle, non basta più condividere la nostra esistenza su di un social, non basta più semplicemente, far sapere che esistiamo, no, dobbiamo dimostrarlo. E la prova tangibile sono i nostri selfie, la nostra immagine, bella, ammiccante, provocatoria, corrucciata, spiattellata dovunque. La nostra faccia in prima fila, dietro di noi il nostro mondo.

L’apparenza che diviene essenza del nostro vivere. Ma in questo declino verso l’imbarbarimento culturale, per avere più followers, per avere più like, e, quindi, contare di più, il selfie deve essere estremo, deve colpire l’internauta, spingerlo a condividerlo, a sua volta, creando un diabolico circuito virale.

In bilico su di un ponte, sospesi nel vuoto, sopra un grattacielo o su una scogliera, sui binari ferroviari mentre il treno sta sfrecciando via, per spostarsi, poi, all’ultimo secondo, sono migliaia, oramai, le foto virtuali che vogliono ostentare sicurezza e coraggio, vogliono dar prova che si può essere invincibili. Bravate, queste, che dimostrano, però, solamente l’incoscienza che vive in noi, il vuoto esistenziale che ci alimenta, la noia e l’insoddisfazione che ci perseguitano.

L’episodio del ragazzo tredicenne di Soverato, morto travolto da un treno, per un beffardo gioco, per uno stupido selfie da scattare mentre sopraggiungeva il treno, cercando di resistere il più a lungo possibile prima del suo arrivo, è solamente l’ultimo tragico evento in cui il selfie diventa il nostro killer. La diciassettenne russa morta cadendo da un ponte ferroviario , mentre si scattava un selfie, la giovane coppia polacca che, in Portogallo, è precipitata da una scogliera, scattandosi un selfie, il ventunenne spagnolo morto folgorato dopo essere salito su un treno in movimento, per scattarsi un selfie, la trentaduenne americana, morta schiantandosi con la sua macchina contro un camion, distratta dalla guida perché intenta a scattarsi un selfie, sono alcuni dei, purtroppo, tantissimi esempi di cronaca, in cui il selfie diventa la causa di morte; una stupida fatale distrazione mentre si cercava di farsi l’autoscatto più folle, più memorabile, più cool da postare, poi, sul proprio profilo social, per ottenere, così, maggiori like, maggiore visibilità, per gridare al mondo solamente che esistiamo.

La rivista statunitense Psychology Today, ha coniato il termine “selficide”, analizzando proprio questo nuovo fenomeno sociale.

L’autrice dell’articolo, la professoressa di sociologia e studi di genere Laurie Essig, ha definito la morte per un selfie “prevedibile e schematica”, perché si verifica proprio tra coloro per i quali la vita social rappresenta “un fattore importante per il proprio sé”.

“Diventiamo noi stessi eseguendo noi stessi”, continua nel ragionamento la sociologa americana, individuando in noi, fruitori maniacali del social, un mezzo per rappresentare la nostra esistenza, indossando maschere. Siamo individui in cerca di maschere, individui che mettono su internet la messinscena della propria esistenza, consci della virtualità dello spettacolo offerto.

“Il problema – continua la sociologa – è che potremmo cominciare a credere che le nostre performance teatrali siano reali o, peggio ancora, diventare alienati e cinici nei confronti del nostro reale agire”; cerchiamo di rappresentare, attraverso le nostre performance quotidiane, testimoniate dal selfie, il nostro io ideale agli altri, cercando di ottenere che gli altri, attraverso i like e le condivisioni, ci credano veramente.

E sono proprio i più giovani, le fasce più deboli di questo sistema perverso, quelle che sono più affamate di maschere da indossare nel teatro della vita, quelle che hanno maggiore desiderio di dimostrare che esistono, che ci sono e che sono i migliori, per cui succede che si mettano a scherzare con la vita e con un treno in corsa, solo per uno stupido, audace, memorabile scatto fotografico che dimostri al mondo la loro stupida cazzata. Ma, purtroppo, beffardamente la vita si riprende la sua maschera, togliendoti la vita, usando proprio il selfie come arma killer. E nella rappresentazione teatrale della vita, questa è solamente una tragedia.

 

 

Raffaele Zoppo

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