Non è un Paese per vecchi


Nina non c’è più. È morta l’altra sera, spirata nelle anonime corsie di un ospedale. Sola, com’era stata abbandonata in questi ultimi anni. Nina aveva un male incurabile, che non è quello che l’ha portata via, ma un dato ineluttabile, oggi inconcepibile: la vecchiaia.Nina, come tante vecchiette che abitano i numerosi ospizi sparsi nel Paese, rappresenta quel 15% di popolazione anziana, utile, in tempi di crisi, al sostentamento di figli o nipoti, ingombrante però per le attività di cura di cui nessuno vuol più farsi carico.

Poche generazioni fa l’Italia era paese rurale, fondato sulla famiglia, palestra della prima solidarietà intergenerazionale, Nina avrebbe avuto un letto, un piatto di minestra, magari poca, da dividere tra tutti, ma il posto ben definito di ava, portatrice di esperienza, rispettata nel suo ruolo.

Ogni giorno, oggi, scopriamo nuovi bisogni e nuovi strumenti per soddisfarli, la tecnologia, in questo, ci viene in aiuto. Con lavori e fatiche abbiamo delegato alle macchine anche lo sviluppo dei sentimenti. Armati di smartphone pensiamo di detenere il mondo nelle nostre mani: il web ci permette di sapere che tempo fa a Pechino, inondare social di immagini che ci immortalano per l’eternità o condividere elucubrazioni con la folla, ma non riescono a sostituire il calore umano di un abbraccio, l’intensità di uno sguardo, l’emozione di una carezza.

Il tempo regalato dall’automatismo non abbiamo saputo tesaurizzarlo, investendolo in capitale umano. Affrancati da incombenze meccaniche, trascorriamo la vita inghiottiti dal vortice della fretta. Inzeppati in turbinii senza senso, presenziando senza sosta e senza regalarci uno spazio di quiete per la riflessione, dominati da un orologio dalle lancette sempre troppo veloci per il nostro giorno.

In questa società che esige la perfezione omologata, dalla bellezza imposta a colpi di bisturi, dal pensiero unico standardizzato verso il basso, il rispetto del diverso è compresso dalla mancanza di ascolto ed attenzione per chi non tiene il passo.

A farne le spese sono bambini, anziani e intellettuali.

L’incultura imperante ci convince che tutto ciò che distolga dal nostro edonismo egoista vada messo a parte. Si procrea a comando, sfidando le leggi stesse della natura, procrastinando l’evento al momento perfetto per il nostro percorso. Si demoliscono luoghi di cultura e di storia per sostituirli nel luna park del turismo di massa, adattando il concetto di studio speculativo a nozionismo funzionale alla produzione ed alla standardizzazione dell’ignoranza. Si accantonano i vecchi quando sono d’impiccio.

Tutto questo Nina non lo sapeva. Ha trascorso la sua vita dedicandola alla famiglia, dando il proprio contributo al reddito familiare con il lavoro di sarta, crescendo due figli fino all’università, “per aver un posto migliore in società”, aiutando alla nascita dei nipoti e lasciando casa e risparmi alla cupidigia di figli che non hanno esitato di sgomberarla, quando la mente ha iniziato a vacillare con il corpo. Nina, seduta compita sulla poltrona del salotto, vestita con l’abito domenicale, ha assistito alla valutazione dei suoi beni dal rigattiere: pochi spicci in cambio dei ricordi di una vita. Ha presenziato muta, sguardo vacuo, “tanto non capisce più nulla”, col viso rugoso solcato da una lacrima corsa via dall’occhio querulo. Nina ha subito muta la deportazione in quella casa di vecchi, “dove si sta tanto bene, socializzano e sono sempre curati”, ma ogni giorno guardava fuori dalla finestra, forse inseguendo la confusa linea della memoria, o, forse, sperando in un tardivo rimorso di coscienza. Nina mi stringeva forte la mano, quelle dita nodose e adunche, chiamandomi amore, scuoteva le spalle e reclinava la testa da un lato quando le chiedevo come andasse ed aggiungeva “ci vuole pazienza”. Nina, quando parlavamo della sua vita, mi rispondeva “è tutta roba vecchia, il futuro è di voi giovani! Non fatevi fregare”. Nina che aspettava il turno delle nostre visite, perché dei figli aveva compagnia solo alle feste comandate, in un frettoloso incontro imbarazzato, e faceva l’appello degli assenti, chiedendoci della scuola, ma confondendo i nostri nomi. Nina che discuteva sempre con Tilde sui punti della briscola e si imbronciava se perdeva. Nina che ti accompagnava con lo sguardo triste al momento dei saluti e si accomiatava con “mi raccomando, vienimi a trovate, ti aspetto!”. Nina ha regalato memoria e affetto, più delle mie ore dedicate al volontariato, Nina resterà nel mio cuore.

Federico Mattia Ricci

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