AL TEATRO GOLDEN, AUGUSTO ZUCCHI E SEBASTIANO SOMMA, PORTANO IN SCENA TANGENTOPOLI, VESTENDO I PANNI DI CRAXI E DI PIETRO


“La corruzione in Italia è da sempre la vera emergenza, un fattore che condiziona la vita politica ed economica. Ma il circo di media e politica, passata la tempesta di Mani Pulite, ha finto che non esistesse più. Alimentando una fabbrica di chiacchiere generiche, appese alle nuvole e fondate sul nulla. La forza delle cose s’incarica poi di restituirci alla realtà“, scrisse il giornalista Curzio Maltese.

La realtà, purtroppo, a più di vent’anni da Tangentopoli, non è cambiata quasi per nulla. La corruzione continua a dilagare, ne sono piene le pagine di cronaca che raccontano questi episodi, e l’indignazione popolare sembra essere divenuta rassegnazione, che forse è pure peggio.

Capire cosa sia stato Tangentopoli, quale fu l’obiettivo che il pool milanese di Mani Pulite intendeva perseguire, interrogarci sul perché quel desiderio di pulizia e di ripristino dei valori etici sia pian piano naufragato nel vuoto più assoluto, facendolo, comunque, al netto di pregiudizi, di ideologie e fazioni contrapposte, può essere utile alla nostra società per riprendere, magari, un discorso purtroppo interrotto tantissimi anni fa.

In questo, il teatro riscopre anche la sua vocazione sociale, invitandoci ad una sana riflessione attraverso lo spettacolo “Tangentopoli“, presente sino al 16 aprile, al teatro Golden di Roma.

Scritto a quattro mani da Vincenzo Sinopoli e Andrea Maia, che ne cura anche la regia, lo spettacolo accende un fascio di luce sulle due figure simbolo del periodo di Tangentopoli: Bettino Craxi, interpretato da uno straordinario Augusto Zucchi, e Antonio Di Pietro, portato in scena da un magistrale Sebastiano Somma.

Il palco diventa un’aula di tribunale, dove i due personaggi avranno finalmente il loro incontro scontro, mentre sullo sfondo si staglia una malinconica Milano, che avverte la fine di un’epoca, quella sfarzosa ed irripetibile della Prima Repubblica, in cui fu la protagonista indiscussa, quella Milano da bere, che oggi, davanti alla celebrazione del processo, vede la sua caduta e guarda incerta il nuovo futuro. Anche il pubblico in platea, diventa protagonista dello spettacolo, testimoni di un evento storico, spettatori attenti di un processo che segna il passo del cambiamento.

Sul palco, divenuto aula di tribunale, i due simboli di questo processo, in un immaginifico, mai quanto realistico confronto.

Infatti, nella realtà dei fatti, mai Bettino Craxi partecipò al suo processo, mai si presentò in aula per difendersi dalle accuse mossegli dal pool di Mani Pulite; restò in Tunisia, ad Hammamet, spettatore triste in esilio volontario, divorato dal diabete, consumato dal dolore di sentirsi la vittima sacrificale di un mondo, quello politico, che tanto lo aveva osannato, quando il suo essere spregiudicato lo portò fino a Palazzo Chigi, tanto repentinamente, poi, lo abbandonò al proprio destino, quando le vicende giudiziarie presero il sopravvento.

L’intelligenza degli autori è stata quella di non raccontare i fatti già noti di Tangentopoli, di non rimanere nei confini del già vissuto e già raccontato, ma di andare oltre tutto ciò, di immaginare un Bettino Craxi che abbandona il suo buen ritiro tunisino per tornare a Milano a difendersi dalle accuse, provato, stanco, ma con ancora l’ardore di combattere come un leone. Di fronte avrà il suo rivale quell’Antonio Di Pietro che, con l’inchiesta di Tangentopoli, è divenuto a furor di popolo, il simbolo di un nuovo inizio, di una speranza di cambiamento nella politica, nei costumi, nella morale di una società che per troppo tempo ha vissuto di compromessi, tollerando la corruzione come un male necessario nel vivere quotidiano.

Zucchi e Somma hanno la capacità di dare spessore ai personaggi interpretati, non riducendoli a macchiette da teatro, ma regalando loro un’anima, una sensibilità, che coinvolge emotivamente il pubblico sin da subito, grazie ad un equilibrato gioco poetico, che non dà sentenze definitive, come se i protagonisti presenti sulla scena non siano mai né completamente innocenti, né completamente colpevoli.

C’è un Bettino Craxi che si difende dalle accuse mossegli, battendo colpo su colpo, spiegando, con calma, ma fermamente, qual’era il sistema politico in cui egli, come tutti, era costretto a navigare, motivando quelle sue scelte politiche come l’unico sistema possibile per cambiare lo status quo della nostra Italia; si presenta come il simbolo di una realtà che praticava la corruzione come necessità, ma non ci sta minimamente a passare per il ladro pescato con le mani nella marmellata, né vuole assurgere al ruolo di vittima sacrificale sull’altare della cosiddetta Prima Repubblica. Tutt’altro. Vibrano le sue parole, rispondono punto su punto, spiegano, motivano, conducono a ragionamenti, che possono anche non piacere, ma trovano comunque un solido fondo di verità. Il Craxi portato sulla scena pretende il rispetto che gli si deve, non in quanto uomo, ma per il ruolo istituzionale da egli rivestito; sa che la sua è già una condanna scritta ma, nonostante ciò ha la forza e l’ardore di difendersi.

Sulla sponda opposta, il sostituto procuratore della Repubblica, Antonio Di Pietro. È un uomo di legge, ed è solo lei che vuole applicare; non c’è rancore in lui, né rabbia, né cattiveria contro l’imputato. È il desiderio di legalità da ripristinare a muovere le sue parole, trasformando quel dibattito in aula, in un dialogo serrato e duro, ma rispettoso dell’avversario. È, Di Pietro, un uomo provato, sa che quello è l’ultimo atto di una tragedia tutta personale; oramai in lui c’è la ferma convinzione di deporre la toga, perché da cittadino dovrà difendersi dalle accuse mossegli presso il Tribunale di Brescia. Conosce bene il valore ed il peso di quella toga, e sa che, indossandola ancora, macchierebbe quell’ideale di legalità che ha sempre perseguito.

E pian piano i due protagonisti riusciranno a spogliarsi del ruolo che rivestono agli occhi degli spettatori, per far emergere tutta quella propria umanità, tutta quella propria sensibilità, che le vicende di Mani Pulite, pur da angolazioni diverse, stanno comunque, mettendo a dura prova. E così, i due antagonisti scopriranno di avere anche tanti punti in comune, emozionando un pubblico che riuscirà finalmente, a rompere gli schemi ideologici di contrapposizioni che quell’inchiesta ha creato, per entrare dentro Tangentopoli, vedendo tutte le sue sfumature, e forse, comprendendo anche quanto quell’inchiesta che ha terremotato la nostra società piu di vent’anni fa, in fondo rappresenti una occasione mancata perché non riuscì fino in fondo, a mutare pelle alla nostra Italia.

 

 

 

 

Raffaele Zoppo

 

 

 

 

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