LO SPORTELLO DEGLI ADDII. IL DIARIO DI ANTONELLA NINA ONORI CHE RACCONTA LA SUA STRAORDINARIA ESPERIENZA TRA I SOPRAVISSUTI ALLA TRAGEDIA DEL TERREMOTO DI AMATRICE ED ACCUMULI


“Al nostro arrivo ci sono già persone in attesa, sedute e in piedi. Tutte con l’aria smarrita di chi è stato trascinato lì, in un luogo molto diverso da quello a cui era abituato, riva del mare invece delle altitudini montane da capogiro e degli sguardi sulle vallate. Aspettano che si facciano le otto e mezza, ora in cui apre lo sportello dedicato agli sfollati laziali del terremoto del 24 agosto. Siamo nella ex scuola media ‘Curzi’, a San Benedetto del Tronto, e da due mesi lavoro lì”.

A parlare è Antonella Nina Onori, ed il suo racconto si trasforma in un testo denso di emozioni, Lo sportello degli addii (La lepre Editore). È il viaggio tra dolore e sofferenza, tra speranza ed umanità, è il tentativo, per certi versi sovrumano, di donare squarci di normalità a chi nella tragedia imponderabile della vita, in una notte ha perso tutto, ed ora fatica a trovare una propria quotidianità.

Antonella Nina Onori è un funzionario della Regione Lazio, catapultata per quattro mesi a San Benedetto del Tronto, nello sportello aperto dalla Regione, tra gli sfollati di Amatrice ed Accumuli, gente dagli “occhi terrorizzati e cuore ferito”.

“Ci chiedono di tutto, hanno bisogno di tutto. Alcuni vorrebbero togliersi il peso di essere sopravvissuti a un parente, a un compaesano, a un vicino di casa, al bambino del vicolo accanto”.

Persone la cui vita è cambiata inesorabilmente quella notte del 24 agosto 2016, quando il terribile terremoto ha sconquassato tutte le loro vite, ha cancellato ricordi, strappato via i propri cari, la propria vita, facendoli precipitare nell’abisso di un limbo in cui solo l’attesa dello scorrere del tempo, potrà lenire in parte le ferite.

Antonella Nina Onori è una burocrate, ma qui mostra l’animo più umano della burocrazia. Di fronte alle richieste di quelle persone, il suo compito non si limita semplicemente a riempire moduli, e ad inviare richieste ufficiali. No, lei ascolta quelle loro tragedie, si prodiga per loro, recuperando scarpe e vestiario per chi ha necessità, risolvendo i loro piccoli, grandi problemi, preoccupandosi di aiutarli come solo si può fare in un caos generato dalla tragedia, in un precario equilibrio di normalità da strappare al fato avverso e da difendere con le unghie e con i denti.

Lei è venuta dalla Capitale, “da un mare all’altro per assistere montanari. La montagna a tutti loro manca tantissimo. Se nasci in montagna non avrai mai il piede marino, e se sei di montagna l’aria è più fredda ma pure più secca insomma proprio non ci stanno a stare sulla costa e prima era tutto più bello. Tutto era indimenticabile. Tutti hanno negli occhi lo struggente saluto d’addio cui sono stati costretti in una notte di agosto. Proprio loro, che non volevano salutare nessuno”.

I loro occhi raccontano la tragedia di quella notte, “perché la paura e il dolore ci rende tutti simili nello sguardo”, hanno solo bisogno di respirare umanità, i sopravvissuti di Amatrice ed Accumuli, ora più che mai, che hanno perso tutto e vivono la loro personale dolorosa tragedia.

“Le terremotate io le abbraccio tutte, abbraccio tutte queste belle signore, come fosse un piccolo risarcimento da parte mia, da parte di una che viene dalla capitale e che ha tralasciato per un po’ la vita solita, amore fratelli amici. Le consolo nel solo modo che conosco, le abbraccio forte, cercando di spremere dalla loro pancia e dal loro cuore quella tristezza smarrita”.

Perché “se pure è andato tutto giù, se pure c’è stata la fine del mondo, bisogna camminare dritti e andare avanti”, credere nuovamente in un futuro, ritrovare la speranza per abbandonare questi incubi in cui tutti loro sono precipitati.

“Lo sportello degli addii” diventa così un viaggio nella memoria di chi, per quattro mesi, ha vissuto quelle tragedie sulla propria pelle, di chi ha provato a tendere la mano, ad offrire un abbraccio consolatorio, a dare un sostegno pur con tutti i limiti che una tragedia così ti crea. Un racconto lieve come una carezza, duro nella sua concretezza. Una testimonianza vera di chi ha incontrato quegli occhi, ha consolato quelle disperazioni, ha asciugato lacrime, strappato sorrisi, o più semplicemente, offerto loro solo un po’ di normalità.

Ne esce anche la grande esperienza vissuta da Antonella Nina Onori, che l’ha arricchita di straordinaria umanità, che serberà per sempre nel suo cuore, perché si possono perdere le tracce delle persone incontrate “ma non il ricordo, che ancora mi dà pena”.

Una esperienza, la sua, che ha deciso di condividere con tutti noi, semplicemente per non dimenticare la tragedia vissuta quella notte, che ha spezzato sogni e vite, per non dimenticare le nostre tragedie quotidiane, perché ascoltando i racconti dei sopravvissuti al terremoto, tutti noi possiamo cercare “di imparare da chi ha perso tanto, a volte tutto, che bisogna sempre ricostruire. La vita, semplicemente, non si può fermare”.

 

 

Raffaele Zoppo

 

 

 

 

 

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