SIMONE PEROTTI PRESENTA RAIS, IL SUO ULTIMO ROMANZO. UNA STORIA RICCA DI AVVENTURE IN MARE E DI MISTERI, VIVENDO IL DESTINO DI UN FEROCE PIRATA MUSULMANO E DI UNA AFFASCINANTE FANCIULLA


“Ci sono episodi che devono restare privati, che nessuno deve conoscere, oppure che devono essere raccontati come si deve, magari in un romanzo e da un bravo scrittore. Fanno parte del pensiero, dell’anima di ognuno di noi.

 

Le uniche cose che contino davvero in questa vita sono dentro, e lì devono restare”. Storie vere, storie intense, storie che profumano di mare, che sanno di vita vissuta, inseguendo il proprio destino; storie come Rais, l’ultimo romanzo scritto da Simone Perotti, per Frassinelli, un avvincente racconto storico, ambientato nel mondo dei pirati, quelli veri, lontani anni luce dagli hollywoodiani pirati dei Caraibi, ma anche da Sandokan, frutto solo di una fervida fantasia. Rais è un romanzo avvolgente, che ti trascina in mare, inseguendo misteri, lotte e conquiste; un racconto a più voci, che s’intreccia e si dipana, come le reti da pesca, gettate in mare per trovare ciò che di più profondo nasconde. Ma Rais è anche un racconto che scandaglia l’animo umano, che parla di noi, uomini e donne, quando siamo mossi dall’amore, dall’odio, dalle passioni che tutto travolgono, dai desideri più nascosti, di noi che affrontiamo il nostro destino, e tentiamo di cambiarlo, oppure fuggiamo da esso. D. Dottor Perotti, cosa l’ha ispirata a scrivere Rais e quanto c’è di lei in questo romanzo? R. “La sorpresa di scoprire un mondo sconosciuto e avvincente, quello della millenaria storia della pirateria, che tutto è fuorché l’iconografia piratesca caraibica. Dal 6.00 avanti Cristo (ma forse anche da prima) gli uomini del Mediterraneo hanno fatto i pirati, corso le loro rotte con coraggio e villenza, ma anche, in quel modo, sostenendo comunità fiorenti, di cui erano autentici eroi. Dalle popolazioni prenuragiche degli Shardana agli anticipi progenitori dei siciliani, ai greci, agli etruschi sono centinaia di milioni i pirati che hanno fatto avanzare la tecnica nautica, hanno scoperto e popolato isole, hanno affrontato pericoli, contrastato interi imperi, fatto da ago della bilancia degli equilibri mondiali. E io, come tutti, pur appassionato di mare e racconti, non ne sapevo pressoché nulla. Fino a una quindicina di anni fa, almeno. Poi, per caso, mi sono imbattutto in loro, ho approfondito, ho scoperto una messe inesauribile di storie, leggende, pur in mancanza di eccessivi riscontri storici. E, infine, nove o dieci anni fa, mi sono imbattuto nel Rais, il più feroce, archetipo di un uomo proto-anarchico di stampo perfettamente mediterraneo, un eroe e al tempo stesso un farabutto, ma dotato di straordinaria vitalità, dignità, leadership diremmo oggi, protagonista di una vita assurda, folle, ma anche affascinante e misteriosa. Bellissimo esempio di eroe da romanzo, al quale non potevo non appassionarmi. E dentro, come sempre accade a ogni romanziere o narratore, c’è finito tanto della mia ispirazione poetica, nautica, avventurosa, dell’aspirazione alla libertà e all’identità che in un personaggio così e nei suoi accoliti e antagonisti non poteva che trovare un compimento favoloso. Ne ho parlato a un editore coraggioso e ancora affascinabile (Giovanni Francesio – Frassinelli) e dopo molti anni di ricerche e di studi, sono partito per il viaggio”. D. Lei ha dichiarato: “Serve coraggio per pubblicare un libro come il mio”. Perché ha affermato ciò? R. “Perché è un romanzo ‘in costume’, dunque costosissimo da rendere un film, si mescolano quattro voci a incastro, dunque necessita un lettore che ami le trame articolate, si svolge in un’epoca (il 1500) di cui la gente mediamente non sa quasi nulla, in più mescola in modo molto ardito i generi esistenziale, mainstream, psicologico, avventuroso, la spy story, il romanzo storico, il pamphlet filosofico… Insomma, un romanzo per gente che ama leggere, non un romanzo semplice scritto banalmente che chiunque possa apprezzare. Il che lo metteva, nelle premesse, nel novero di quei romanzi che supponi non possano farti guadagnare soldi, non all’autore né all’editore. E invece, Giovanni Francesio, che lo considera un romanzo popolare, nel senso più nobile anche più delineato del termine, ha avuto ragione, e il romanzo ha superato già il precedente in appena quattro mesi e si candida a passi lunghi a diventare il mio romanzo più venduto. Bella soddisfazione fare cose non in linea con i dettami dell’epoca e poi venire stupiti rispetto al proprio eccesso di realismo”. D. Rais, come affermava lei, non è un romanzo immediato per il lettore: è un romanzo storico, un romanzo d’avventura, un romanzo di formazione. Un romanzo molto diverso da quelli da lei precedente pubblicati. Ha mai temuto di rischiare di non essere compreso dal suo pubblico? R. “Ho temuto che il pubblico potesse non caderci dentro, ma non che il mio pubblico non lo amasse. Chi mi segue da anni si è ormai abituato al fatto che io sono uno scrittore sui generis rispetto al panorama generale, tralasciando se migliore o peggiore. Io cambio quasi sempre genere, nei toni, nello stile, negli strumenti di scrittura narrativa, nelle ambientazioni. Scrivo saggi, romanzi, libri a chiosa di immagini, manuali narrativo-gastronomici, contributi politici, sociali, e tra il mio penultimo romanzo (Un uomo temporaneo) e l’ultimo (Rais, appunto) c’è la differenza che potrebbe esserci tra un telefonino e il sistema di comunicazione con lo spago che si usava da bambini: due mondi diversissimi. Ma che convergono sempre sulla stessa ricerca: l’uomo e la donna, l’essere vivente che si dibatte tra contemporaneità e quotidianità, tra identità e fiction, tra ruoli e destino, tra paura e coraggio. I miei lettori sanno che in qualunque cosa io scriva troveranno sempre qualcosa per loro, e qualcosa di sé. Li ringrazio molto di questa attenzione, perché nel nostro paese se nasci giornalista sportivo resti giornalista sportivo per sempre, almeno sui grandi numeri, e questo, che negli USA o in Francia è assolutamente diverso, è un tragico destino per un autore. Ringrazio la loro disponibilità a seguirmi nei luoghi più disparati. Mi conforta, come diceva Borges, che al termine del viaggio che avremo fatto insieme, guardando dall’alto il groviglio di percorsi e di cambi di rotta improvvisi, potranno osservare l’immagine del loro volto. Io, per altro, spero di poter osservare il mio”. D. Quale, invece, tra i protagonisti da lei tratteggiati in Rais, sente più vicino a sé, e perché? R. “La protagonista femminile, forse. Una donna come non ne esistono di simili in letteratura, la vera protagonista della storia forse. L’unico personaggio del romanzo davvero libero, come l’ha definita mia moglie, nonostante sia una schiava relegata su un’isola deserta. Il tono della sua ‘voce’ si è imposto all’autore nonostante il romanzo fosse già stato scritto, costringendomi a darle spazio, a cambiare capitoli, conferendole una centralità che, nei miei pensieri, non doveva avere. Che un personaggio si imponesse così, senza preavviso, contro il mio disegno, in modo tanto irresistibile, non mi era mai accaduto. Ho scoperto che quando un personaggio nasce con una voce così forte, con una personalità così definita, e simboleggia un pezzo così consistente della nostra vicenda di uomini, l’autore non può fare nulla per contenerlo. Salvo mentire a se stesso”. D. In Rais, forse, un vero protagonista è sicuramente il mare, nelle sue molteplici sfaccettature. Secondo lei, che è un lupo di mare, perché nella nostra letteratura il mare fa da sfondo a diversi racconti, penso ai Malavoglia di Verga, ad esempio, ma mai è stato descritto così profondamente? R. “Un mistero. Siamo il popolo con la maggiore tradizione nautica del mondo, probabilmente, ma a parte i primi VI libri dell’Eneide non abbiamo di fatto mai ambientato in mare le storie che abbiamo scritto. Nei Malavoglia il mare non si vede mai. Oltre Verga c’è stato qualcosa di Piovene, Comisso, Bufalino, Consolo, se vogliamo qualcosa di Biamonti, Saba, Montale, perfino un romanzo di Vassalli (scrittore delle pianure), Maggiani appena appena… ma se lei pensa a D’Arrigo, a chiunque si sia avvicinato al tema o lo abbia rifuggito scientemente, la nostra letteratura è di fatto priva del mare. La stessa Morante, ambienta un capolavoro su un’isola, ma tutto si perde nelle vicende intime di Arturo, della madre, della mente e del cuore. Un autentico mistero letterario, ma vorrei dire culturale. Un po’ come per la navigazione: tante barche nei porti, ma pochi marinai. Giro da anni in tutte le stagioni, in mare non c’è mai nessuno. Due giretti intorno al porto, per farsi il bagnetto, e poi tutti al ristorante. Popolo di navigatori, come dice la famosa epigrafe, ma a ben vendere, almeno oggi… Che Garibaldi fosse un corsaro, che Bixio fosse un coraggioso comandante, pochi lo sanno. Che Marco Polo, alla fine del 1200, sia tornato via mare dalla Cina in un viaggio epico, pochi lo sanno. Che Colombo fosse il primo uomo della modernità, che sapesse tutto, e i tanti misteri che attorniano la sua vicenda, ho tentato di raccontarlo. Immaginiamoci la letteratura russa senza la neve, possibile?! No. E quella sudamericana senza i barrios, i coltelli, il tango, la cultura gauchos e quella d’esportazione europea, ispanico-italiana!? No. Ecco…” D. Nel romanzo si accendono anche nuove verità, ad esempio sulla scoperta delle Americhe, che mutano completamente tutta la nostra conoscenza. Quanto è stato laborioso e difficoltoso, per lei, giungere a queste verità, e perché non hanno mai avuto la giusta diffusione, secondo lei? R. “Non molto. I documenti disponibili non sono molti, e i fatti raccontati piuttosto chiari. Non capisco perché il ‘mistero di Colombo’ sia stato ignorato. Eppure, senza inventare una virgola, è lì, disponibile, e attende ancora (forse) di essere del tutto svelato. Certo che noi siamo davvero ingrati verso i nostri più grandi personaggi. Sarebbero molto tristi di osservare in che anonimato versa la loro memoria…” D. Può, invece, descriverci il suo “Progetto Mediterranea”? R. “Cinque anni a vela per tutto il Mediterraneo e il Mar Nero, e poi l’Atlantico per giungere a Lisbona. Un viaggio lento e lungo, fatto da un gruppo di 47 persone che si autofinanziano, e aperto di tanto in tanto alla venuta a bordo di ospiti esterni, per vivere il nostro mare, sentirlo, conoscerlo, assorbirlo, incontrare i nostri fratelli mediterranei, con cui abbiamo assai più punti di sutura potenziali che ferite ancora aperte, con due obiettivi, a parte quello evidentemente nautico: uno culturale, perché incontriamo e intervistiamo scrittori, intellettuali, artisti, giornalisti, professori per ascoltare da loro le migliori idee che sa esprimere il nostro mondo. Le loro idee sono preziose, ci appartengono e noi le vogliamo fare nostre e rilanciarle. L’altro scientifico: mettiamo a disposizione la nostra barca e la rotta per fare ricerca oceanografica, captazione del plancton, analisi sulla presenza di microplastiche, formazione di astrofisica insieme all’Inaf, in collaborazione con CNR, università, centri di ricerca italiani e stranieri. Se amiamo il mare, dato che navighiamo, ci pare doveroso. Anche grazie a questo splendido viaggio ho dato àncora in molti dei luoghi dove si svolge Rais. Io l’ho visto, con la sua galera, la sua bandiera in testa d’albero, ancorato accanto a me, molte volte. Con gli occhi, quegli occhi terribili che nessuno aveva il coraggio di incrociare, ci siamo detti molte cose….” Perché “tutto finirà con un sogno, com’è iniziato…”, uno straordinario sogno che si è trasformato nell’avvincente ultimo romanzo di Simone Perotti.

 

Raffaele Zoppo

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