I FRANCESI E LE PRESIDENZIALI. ANALISI POLITICHE DI UN FENOMENO POLITICO CHE HA SBARAGLIATO OGNI PRONOSTICO


Il manager francese Philippe Benoit affermò che “in Francia, tutto accade, soprattutto ciò che è impossibile”.

In effetti, la Francia è, in Europa, una Nazione molto particolare, è una sorta di “opera umana, una creazione dell’uomo; un popolo composto di tanti elementi diversi quanto un poema o una sinfonia”, parafrasando il pensiero dello scrittore George Bernanos.

Per questo, ciò che sta accadendo alle recenti elezioni presidenziali francesi presenta elementi molto interessanti e degni di rilievo politico.

Perché capire e comprendere gli umori della Francia aiuterà anche ad individuare su quale strada inizierà a camminare nel prossimo futuro l’Europa stessa.

Ricordiamo che la Francia è un Paese in cui il multiculturalismo è stato per anni una bandiera da sventolare, anche se, poi, gli ultimi episodi tragici l’hanno logorata parecchio.

Infatti, i diversi attentati terroristici che ha subito nel recente passato, quelli di Parigi, quelli di Nizza, hanno come esecutori ragazzi imbevuti di farneticante fanatismo religioso islamico, ma non sono degli immigrati, né dei clandestini; essi sono figli di seconda o terza generazione di immigrati, essi sono ragazzi francesi, che hanno visto nella loro Francia non una madre ma una matrigna da punire.

Figli, questi, le cui radici sono legate a quelle sue ex colonie, come l’Algeria, la Tunisia, ad esempio, ma che hanno trovato sul suolo francese le opportunità di costruirsi un nuovo futuro, senza avvertire tutti quei beceri dibattiti discriminatori, almeno apparentemente.

Perché la Francia ha agito con loro come spesso si fa con la polvere, la si nasconde sotto il tappeto, facendo finta che tutto vada bene. Ha nascosto i problemi sociali, ha finto che tutti avessero le medesime opportunità, ha creduto che per creare una società multiculturale bastava semplicemente metterli tutti insieme, non ha avvertito il loro disagio che cresceva sempre più, non ha compreso il ribollire delle banlieue, quel sentirsi sempre più ghettizzati.

La follia terroristica ha dato loro solo uno scopo per vendicarsi della loro matrigna.

In questa Francia, scossa dall’orribile sequenza di attentati, con una crisi economica che inizia a mordere sempre più ferocemente gli strati più disagiati della società, con un sistema politico che da vanto ha mostrato tutte le sue debolezze e crepe, in questa Francia che deve iniziare a fare i conti con tutte le sue contraddizioni, arrivano le presidenziali come ulteriore momento di scontro, di rottura, di frattura sociale.

Pochi dati utili per comprendere lo status quo.

Primo. Per la prima volta nella sua storia repubblicana, il presidente uscente non si ricandida. Hollande ha mostrato il volto pavido della politica di fronte ai problemi presenti, ignorarli finché ha potuto, poi, schiacciato dal peso morale dei primi attentati terroristici, usare il pugno di ferro, che non ha impedito comunque altre stragi. È il presidente meno amato nella storia francese, ha diviso il suo stesso partito, per cui, ritirarsi in silenzio è stato, l’ultimo suo atto, ma almeno questo coraggioso.

Nel partito di Hollande, con le primarie, si è avuta così, la cosiddetta resa dei conti tra le tante sue anime, con tutti i propri distinguo, che hanno sempre più allontanato gli stessi loro elettori. A vincere le primarie del Partito Socialista è stato Hamon, che ha battuto persino l’ex primo ministro Valls, proprio a rimarcare la bocciatura su tutta la linea di tutta la politica del governo a marca socialista.

All’estrema sinistra si è presentato, invece, Mélenchon, ex ministro e deputato europeo.

Medesimi problemi si hanno avuti sul fronte opposto: nel Partito Repubblicano, la redde rationem ha mietuto vittime eccellenti, e alle primarie è spuntato fuori l’outsider Fillon, che è sembrato in rampa di lancio per una sua veloce ascesa verso l’Eliseo, ma è stato, di colpo, frenato dai soliti guai giudiziari, perché sembra aver giocato sporco con fondi pubblici, avendo assunto fittiziamente sua moglie ed i suoi figli.

All’estrema destra, nel Front National, Marine Le Pen ci riprova, dopo essersi già candidata alle presidenziali del 2012, e ha già inasprito il dibattito con le sue proposte sull’immigrazione, sulla sicurezza, sulla lotta al terrorismo, sull’Europa e l’euro, temi su cui i francesi sono estremamente sensibili, vista la situazione che stanno vivendo.

In mezzo è spuntato fuori Emmanuel Macron, e questo è stato l’elemento politicamente più interessante nel panorama delle presidenziali francesi. È giovane, ha solo 39 anni, è stato ex ministro del governo Valls, era un pupillo di Hollande, ma ad un certo punto ha deciso di rompere con il partito socialista, fondando il suo movimento: En Marche! candidandosi come indipendente alle presidenziali.

Macron è giovane, rampante, ambizioso, ma anche politicamente furbo; quando ha compreso che il partito socialista si stava incartando su se stesso, ha preferito uscire fuori, dimenticandosi origini e padrini politici, conscio che durante le primarie socialiste avrebbe rischiato solamente di rimanere invischiato in sterili polemiche ed aspri confronti, logorandosi. Così, mantenendo un profilo basso, ha atteso che i tanti galli delle primarie socialiste si combattessero tra loro, ignorandolo, per poi, finalmente uscire allo scoperto, presentandosi come novità, né di destra né di sinistra. Fu definito dai suoi avversari “una bolla di champagne”, ma invece di scoppiare, come credevano i suoi detrattori, si è consolidato, convincendo sempre più gli elettori.

Macron si è presentato come l’uomo alternativo al sistema, ma è figlio dell’establishment, ma ciò sembra essere stato completamente dimenticato dagli stessi francesi.

Ha frequentato la prestigiosa ENA, l’Ecole National d’Administration, la scuola da cui è uscita tutta la classe dirigente francese, compresi i Presidenti della Repubblica, un vero simbolo del classismo del sistema; è stato un banchiere, assunto da Rothschild, nel 2008, proprio quando le banche iniziarono ad assumere, agli occhi della gente comune, un ruolo demoniaco, creatici della crisi che ha messo in ginocchio il sistema finanziario e creditizio, ed i banchieri quello di avidi giocatori usando gli altrui soldi.

Inoltre è stato un pupillo di Hollande, prima il suo Segretario generale aggiunto, e regista di tutte le riforme promosse dallo stesso presidente, compreso quel job acts alla francese che ha mosso contro centinaia di migliaia di francesi in piazza; poi è stato Ministro dell’Economia nel governo Valls.

I francesi hanno cancellato il suo passato, incantati dal personaggio, e lui, ha giocato pulito, uscendo dagli scontri partitici tra la destra e la sinistra, ma parlando alla pancia del Paese, presentandosi come l’uomo nuovo, pronto a salvare la Patria. Volto giovane, parlantina fluente ed appassionata, ha tentato, con gesti e parole di rassicurare l’elettorato francese, pescando tra i tanti delusi ed indecisi.

Al primo turno, vince lui, vince la Le Pen, mentre vengono sconfitti i grandi partiti, che per la prima volta non arrivano al ballottaggio, e anche questa è una clamorosa novità.

Da una parte la donna pura e dura del Front National, che parla di tolleranza zero, di lotta all’immigrazione clandestina, di fallimento di questa Europa e di questo euro, di politiche più dure per fronteggiare il fenomeno terroristico, anche paventando la chiusura delle frontiere, e di nuove politiche nazionalistiche che mettano al centro gli interessi dei francesi.

Dall’altra, l’uomo nuovo, l’enfant prodige della nuova politica francese, uno che è riuscito a far dimenticare facilmente il suo passato, non perché esso sia sbagliato o una brutta macchia di cui vergognarsi, ma semplicemente, perché esso mal si concilia con l’immagine dell’uomo nuovo contro i poteri forti, quando fino ad ieri andava a braccetto con essi.

È rassicurante, dichiara di essere pronto a prendersi sulle spalle le sorti del suo Paese, e in questo riesce ad essere pure convincente.

I sondaggi lo danno vincente, perché sembra essere riuscito ad infiammare i cuori degli elettori delusi ed incerti. Vederlo poi all’opera nelle stanze del potere sarà ben altra cosa, ma lui dice di sentirsi pronto, e i Francesi sembrano credergli. E visto che in Francia l’impossibile diventa possibile, sarà uno spettacolo vederlo all’opera, quando alle convincenti parole dovrà poi, unire fatti più che concreti.

 

 

 

 

Raffaele Zoppo

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