INCREDIBILE O NO? En pleine mer


 

Dal 9 aprile al 3 dicembre 2017, il Palazzo Grassi e la Punta della Dogana di Venezia ospitano la mostra Treasures from the Wreck of the Unbelievable, a cura di Elena Geuna, la prima grande personale italiana dell’artista britannico Damien Hirst, dopo la retrospettiva The Agony and the Ecstasy (Museo Nazionale di Napoli, 2004).

Damien Hirst (Bristol, 1965) cresce a Leeds e, dal 1986 al 1989, studia Belle Arti al Goldsmith College di Londra. Nel 1988, assieme ad altri studenti del Goldsmith College, organizza e cura la rassegna collettiva Freeze, che segna il debutto sulla scena nazionale del gruppo degli Young British Artists. Attivo oggi tra Londra e Gloucester, Hirst utilizza diversi linguaggi – installazioni, scultura, disegno e pittura – per indagare il rapporto tra arte, scienza e fede, vita e morte, come dimostrano le sue opere più note, tra cui lo squalo in formaldeide, The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living (1991), e il calco in platino di un teschio tempestato di 8.601 purissimi diamanti intitolato For the Love of God (2007). In trent’anni di attività, che l’hanno visto protagonista di 300 esposizioni collettive e di quasi un centinaio di mostre personali, l’artista, vincitore nel ’95 del “Turner Prize”, ha avuto l’occasione di esporre presso molti importanti musei e gallerie di tutto il mondo, tra cui, in tempi recenti, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (2004), l’Astrup Fearnley Museet fur Moderne Kunst di Oslo (2005), il Rijksmuseum di Amsterdam (2008) e la Tate Modern di Londra (2012).

Frutto di un progetto realizzato da Hirst negli ultimi dieci anni, Treasures from the Wreck of the Unbelievable è una esposizione dedicata alla figura del liberto Aulus Calidius Amotan, noto come Cif Amotan II (vissuto ad Antiochia, tra la fine del I e gli inizi del II secolo dopo Cristo), e, soprattutto, alle sue immense ricchezze, naufragate con la nave “Apistos” (in greco, “Incredibile”). Secondo la leggenda, Cif Amotan si era arricchito e aveva accumulato una vastissima collezione di manufatti e oggetti d’arte provenienti da tutto il mondo, che egli avrebbe voluto destinare all’erezione di un tempio al Dio Sole in Oriente. Sfortunatamente, però, la nave carica delle suoi molteplici tesori affondò al largo della costa dell’antica Azania (Africa orientale) ed è rimasta sommersa nell’Oceano Indiano fino al 2008, quando una squadra di archeologi, grazie al contributo economico di Hirst, l’ha individuata e recuperata. L’operazione, documentata da fotografie, video e da un filmato proiettato a Palazzo Grassi, è resa ancora più credibile dalle didascalie che illustrano i reperti.

Tuttavia, è evidente che ciascuno dei 189 oggetti esposti sono stati realizzati da Hirst stesso e dai suoi collaboratori, mescolando materiali antichi, quali oro, argento e bronzo, ad altri più moderni, come l’acciaio e i LED. Anche i video sono probabilmente simulazioni girate in un acquario con modellini appositamente concepiti. Sarebbe comunque interessante appurare se alcuni di essi, di dimensioni “reali”, siano stati fatti affondare davvero in mare, per poi essere recuperati. L’incertezza fa parte del gioco. Hirst afferma: «tutto sta in quel che volete credere».

Il lungo e ambiguo percorso espositivo occupa le due sedi veneziane della Pinault Collection e rende pubblico lo stretto e fruttuoso legame di amicizia e collaborazione tra l’artista il collezionista François Pinault, già avviato con le rassegne Where are we going? (2006) e Una selezione Post-Pop (2007), tenutesi presso il Palazzo Grassi di Venezia. La Punta della Dogana accoglie le statue più grandi “ritrovate”, incrostate di coralli (fittizi) e corrose dal mare e dal tempo. Il tema del viaggio attraverso la dimensione fluida del mito è evidenziato anche dalla fusione o, meglio, dalla confusione fra contesti spazio-temporali distanti fra loro. Vi sono, infatti, numerose copie della testa della Medusa; una statua dell’Idra greca impegnata in una disperata lotta contro la divinità indù Kali; i resti di un enorme piede di Apollo, sormontato da un ratto; una mosca, che rappresenta Aracne (una sorta di “memento mori” che l’artista indirizza a se stesso e all’arte); lingotti d’oro con iscrizioni greche, romane, cinesi e maya; armi, armature e vasi (in bronzo, ma anche in acciaio, alluminio, silicone e vetro). C’è inoltre una statua che, secondo le didascalie, ritrarrebbe Cif Amotan insieme a un suo amico: si tratta in realtà, rispettivamente, dello stesso Damien Hirst e di Mickey Mouse.

A Palazzo Grassi, invece, sono esposte opere in oro, marmo, giada, argento, malachite, smeraldi e lapislazzuli, oggetti ripuliti e restaurati e copie ricostruite su immaginari modelli, tra cui una statua egizia col volto di Kate Moss; un’altra con un piercing al capezzolo e una certa somiglianza con Pharrell Williams, un’altra ancora corrosa e incrostata di coralli, che ricorda uno dei cani di Jeff Koons (artista che risulta uno dei massimi punti di riferimento per Hirst). Vi si trova anche un autoritratto dell’artista con la didascalia: Bust of the Collector (Busto del Collezionista, ovvero di Cif Amotan). C’è infine una ricostruzione della nave Apistos, realizzata dal Centre for Maritime Archaeology della University of Southampton, che illustra alcune ipotesi relative alla disposizione delle opere collocate all’interno del vascello. Il “reperto” più strabiliante è, tuttavia, quello collocato all’ingresso, nel cortile interno del palazzo. Si tratta di una statua bronzea (decapitata) alta 18 metri, raffigurante, forse, l’antica divinità babilonese Pazuzu, signore dei demoni e del vento, o, anche, l’ego dell’artista.

L’impressione generale è che Damien Hirst abbia voluto salvare, ricreare e reinventare – mescolandone gli stili e confondendone le linee temporali – tutta l’arte antica, aggiungendo ad essa alcune sorprendenti opere pop e, in genere, del nostro tempo. L’esposizione si inscrive nel ciclo di monografie dedicate a grandi artisti contemporanei – Urs Fischer (2012), Rudolf Stingel (2013), Martial Raysse (2015) e Sigmar Polke (2016) – che si alternano alle mostre collettive tematiche di Palazzo Grassi, e che si avvalgono di opere della Collezione Pinault.

Treasures from the Wreck of the Unbelievable

(9 aprile – 3 dicembre 2017)

Palazzo Grassi, Punta della Dogana

Venezia

Tutti i giorni 10.00 – 19.00

Martedì chiuso

http://www.palazzograssi.it

Giada Sbriccoli

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