IN IRAN, ROUHANI VINCE LE ELEZIONI PRESIDENZIALI. AL SECONDO MANDATO, TANTI SCENARI OSCURI SI APRONO AL SUO PROGETTO RIFORMATORE


L’Iran è in buona sostanza una teocrazia, un governo religioso, che ha concesso, comunque, uno spazio vitale alla democrazia; infatti, ogni 4 anni, il popolo elettore sceglie il Presidente ed i consigli municipali, e tale scelta è un elemento molto importante in un sistema che mantiene forti caratteristiche tipiche di un potere autoritario.

La Repubblica islamica d’Iran non è propriamente una democrazia liberale, ma neanche un tipico esempio di regime autocratico; non è un regime plebiscitario, come sta accadendo nella Turchia di Erdogan, dove il regime, attraverso il controllo dei media, la repressione del dissenso, e la corruzione, riesce a pilotare gli esiti elettorali, ma neanche un modello assimilabile alle liberal-democrazie, perché le sue elezioni non rispettano minimamente il principio ‘free and fair’, il principio di libertà ed equità.

È infatti, il Consiglio dei Guardiani, un organo non elettivo che risponde direttamente alla Guida Suprema, a fungere da arbitro della competizione elettorale, vagliando ed escludendo, a suo insindacabile giudizio, i candidati presidenziali.

Questi, una volta ottenuto il loro placet, danno comunque vita ad una campagna elettorale vera, anche senza esclusioni di colpi, e con veri dibattiti televisivi, molto tipici nelle democrazie occidentali.

Il Presidente eletto resterà poi, in carica 4 anni, e potrà ricandidarsi al massimo per un secondo mandato, come il Presidente USA, ma non gode di una straordinaria libertà nell’agire politico.

Infatti, il Presidente dell’Iran è la seconda carica dello Stato, non la prima, che è, invece, la Guida Suprema, eletta a vita, da una speciale assemblea di religiosi, e a cui compete, poi, l’ultima parola su tutte le questioni, in modo particolare sulle scelte in politica estera e sulla sicurezza.

Tuttavia, se il Presidente eletto gode di una buona maggioranza parlamentare, e della fiducia della magistratura e dell’apparato burocratico, allora riesce ad avere un’ampia libertà d’azione in materia di politiche economiche, di affari interni, e, anche, in politica estera.

Per questo, una civile coabitazione tra la Guida Suprema ed il Presidente eletto, una certa affinità, o, quanto meno, una non ostile avversione, è elemento sicuro per una politica più coerente, e non ondivaga.

Tutto questo è premessa importante per analizzare le recenti elezioni iraniane, che hanno visto trionfare Rouhani, Presidente per il suo secondo mandato (e anche questa è una consuetudine iraniana: tutti i presidenti uscenti hanno avuto il beneficio del loro secondo mandato, proprio come accade di norma negli USA).

Trionfare, è il termine esatto: il 60% dei voti ottenuti da Hassan Rouhani, 68 anni, contro il quasi 40% del suo sfidante, Ebrahim Raisi, 56 anni, in una tornata elettorale che ha visto la partecipazione popolare toccare oltre il 70%, è un elemento politicamente molto interessante.

Segno che in Iran la voglia di democrazia è ancora viva e vegeta, e che il dibattito elettorale tra i due principali sfidanti è stato forte, polarizzante, intenso e senza esclusioni di colpi, entusiasmando, in qualche modo l’elettorato stesso.

Il Presidente uscente, Rouhani, appartiene all’ala moderata e pragmatica, sostenuto dalle élite colte, dalla borghesia e dai ceti medi urbani, mentre Raisi è l’esponente dell’ala più conservatrice, quella che professa un’adesione più stretta all’ortodossia della Repubblica islamica, trovando sostegno nella popolazione più povera, in particolare nelle campagne.

Rouhani e Raisi, due volti diversi dello stesso regime, due diverse visioni dell’Iran: ha vinto quella di Rouhani, che vuole continuare la sua apertura all’Occidente, dopo gli accordi già firmati con USA ed Europa sul nucleare, che hanno fatto cadere le sanzioni esistenti, dando fiato all’economia iraniana. Certamente non ha prodotto una grande crescita economica, come si aspettava lo stesso Rouhani, perché sono ancora alte le difficoltà di stringere accordi economici in un Paese che è dominato da logiche clientelari, con poca trasparenza e in cui ancora contano tantissimo le relazioni personali.

Sul piano interno Rouhani continuerà la sua riforma economica, che punta all’apertura agli investitori stranieri, soprattutto nel settore petrolifero, e a stabilizzare l’inflazione, ridimensionando il ruolo delle Fondazioni e delle Guardie Rivoluzionarie, una sorta di Stato nello Stato, nelle dinamiche dell’economia nazionale.

Invece sul piano internazionale, la politica di Rouhani rimarrà più o meno, quella già battuta in questi quattro anni passati: il sostegno al regime siriano di Bashar al-Assad, agli Hezbollah in Libano, alle forze sciite in Iraq, mantenendo l’antagonismo sia con Israele, sia con l’Arabia Saudita, sia con la stessa America di Trump, che guarda caso, in questi giorni è in visita ufficiale proprio in Arabia Saudita.

Certamente, Rouhani continuerà la sua politica riformatrice, seppure tra mille difficoltà e mille impedimenti, perché questo sistema ibrido della Repubblica islamica d’Iran, non dà al Presidente la libertà necessaria di agire autonomamente, e dovrà abilmente gestire i poteri forti, le Fondazioni, le Guardie Rivoluzionarie, che in questi quarant’anni di rivoluzione islamica e di mobilitazione permanente sono riuscite sempre a fare, comunque, grandi affari.

Un compito arduo, quello di Rouhani, ed i suoi primi passi saranno utili per comprendere da quale parte guarderà quest’Iran, soprattutto in rapporto alla nuova America di Trump, perché il Medioriente è ancora una polveriera, e perché non esploda, l’Iran dovrà essere in grado di giocare una partita molto importante, come mediatore, piuttosto che come istigatore. E questo potrebbe essere già un vero miracolo per il riformista Rouhani.

 

 

 

 

 

Raffaele Zoppo

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