CANTO DEL PITTORE ERRANTE D’AMERICA (ma anche la tavolozza dei poeti)


 

Dal 10 maggio al 3 settembre 2017, le Gallerie dell’Accademia di Venezia ospitano la mostra Philip Guston and The Poets, a cura di Kosme de Barañano. La rassegna, organizzata dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia in collaborazione con l’Estate of Philip Guston, celebra la cinquantennale carriera dell’artista americano Philip Guston (Montréal, 1913 – Woodstock, 1980), esponendo una selezione di suoi lavori più rappresentativi – 50 dipinti e 25 disegni –, con i quali si vuole evidenziare anche la profonda affinità espressiva con le opere di cinque grandi poeti del Novecento: David Herbert Lawrence (1885-1930), William Butler Yeats (1865-1939), Wallace Stevens (1879-1955), Eugenio Montale (1896-1981) e Thomas Stearns Eliot (1888-1965).

Philip Goldstein, nato a Montréal da una famiglia di ebrei ucraini in fuga dai pogrom di Odessa, trascorse l’infanzia a Los Angeles. Rimasto orfano del padre, morto suicida nel 1923 a causa di debiti e di gravi disagi psichici, Philip si appassiona, già da bambino, al fumetto e ai cartoni animati, e inizia a disegnare seguendo un corso per corrispondenza. Deciso a completare la propria formazione artistica, si iscrive, pochi anni più tardi, alla Los Angeles Manual Arts High School, dove stringe amicizia con Jackson Pollock e si interessa all’arte moderna europea, alla filosofia orientale e a testi di mistica. Il successo dei suoi primi lavori (anni ’30-’40) – murali prevalentemente figurativi, realizzati in locali pubblici e privati, che erano sede di gruppi politici antifascisti, da Philip frequentati con assiduità – gli consente di lavorare, nel 1934, in Messico, come assistente del pittore muralista David Alfaro Siqueiros, e, nel 1935, a New York, presso il Federal Art Project, sezione Arti murarie della Works Progress Administration, dove assume lo pseudonimo “Philip Guston”. Suoi punti di riferimento erano, in quel periodo, soprattutto Giotto, Mantegna, Paolo Uccello, Masaccio e Piero della Francesca. Tuttavia, sarà all’opera di Giorgio de Chirico che Guston guarderà, con crescente attenzione, nello sviluppo del proprio lavoro. Nel 1945, le Midtown Galleries di New York organizzano la sua prima personale e, nello stesso anno, egli ottiene il primo premio al Carnegie Institute di Pittsburgh. Pur riconosciuto, negli anni cinquanta, tra i maggiori esponenti dell’Espressionismo astratto, verso la fine del decennio successivo, Guston opta invece per il recupero del figurativismo fumettistico e dei cartoons, da cui era partito. Disapprovato dai critici, si ritirò allora a vivere nello studio di Woodstock, dove morì per un infarto, nel 1980.

L’esperienza biografica e artistica del pittore si presenta come un percorso circolare che ricorda la vicenda mitica di Odisseo. Per Guston, “Itaca” era l’arte figurativa che aveva lasciata per esplorare (e conquistare) una terra lontana e sconosciuta, rappresentata dall’Espressionismo astratto. Ma come Odisseo, dopo la conquista di Troia, aveva dovuto affrontare un difficile viaggio di ritorno, anch’egli avrebbe cercato di riconquistare la terra stilistica natia. Una scelta questa che l’allestimento della mostra veneziana, curato dallo studio Grisdainese di Padova, intende mettere a fuoco nelle sue varie fasi, privilegiando la vocazione a rappresentare l’aspetto onirico e ironico della vita, i conflitti interiori, le ombre che animano la vita quotidiana e che sono presenti anche nelle opere di alcuni dei più grandi letterati del Novecento.

Il percorso espositivo si apre, infatti, con una riflessione sulla funzione delle immagini e sull’atto creativo (pittorico non meno che poetico), che ha per punto di riferimento il saggio di David Herbert Lawrence, Making Pictures (1929), e segue poi, con scrupolo biografico (giovandosi di documenti fotografici anche dei viaggi di Guston in Italia), la nascita delle prime opere, legate al tema dell’agonia e della catarsi, accompagnate dai versi di Sailing to Byzantium (1930) di William Butler Yeats. Seguono una sezione incentrata sul confronto con il linguaggio frammentato e allusivo degli Ossi di seppia (1925) del nostro Eugenio Montale e una dedicata agli spunti tematici derivanti dall’opera di Wallace Stevens. In chiusura, spicca con vigore la figura di Thomas Stearns Eliot, citato esplicitamente nel dipinto East Coker – T. S. E. (1979).

 

 

Philip Guston and The Poets

(10 maggio – 3 settembre 2017)

Gallerie dell’Accademia

Rio Terà de la Carità 1050, Venezia

Lunedì 8.15 – 14.00

Martedì – Domenica 8.15 – 19.15

http://www.gallerieaccademia.org

Giada Sbriccoli

 

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