IL FALLIMENTO DEGLI ACCORDI DI PARIGI SUL CLIMA: E SE SARÀ TRUMP A SALVARE IL MONDO?


“Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta”. Questo è il presupposto fondamentale da cui parte il testo approvato alla Conferenza sul clima di Parigi, nel dicembre 2015 e ratificato il 22 aprile 2016.

Dieci anni di negoziati, lunghi ed estenuanti, poi, l’improvvisa accelerazione data da Obama, presidente USA, e 190 Paesi hanno finalmente, trovato la quadra, per firmare questo prezioso accordo sui cambiamenti climatici.
Un accordo, per molti, però, giudicato al ribasso, e che si articola su cinque punti fondamentali:
– Raggiungere l’obiettivo 2°. Un impegno tra tutti i Paesi firmatari per contenere il riscaldamento globale entro i 2° dai livelli preindustriali.
– Contenere i gas serra. Ogni Governo dovrà stabilire ed attuare obiettivi concreti per la riduzione dei gas serra prodotti dalle attività umane.
– Verifiche. A partire dal 2023, sono previste verifiche quinquennali, per valutare il rispetto degli impegni presi.
– Aiuti economici. I Paesi più ricchi dovranno sostenere quelli più poveri, in questo processo di salvaguardia climatica, attraverso un fondo da 100 miliardi di dollari, che verrà istituito nel 2020 (l’Italia contribuirà con 50 milioni di euro all’anno).
– Adesione alla COP. È dal 1995 che l’ONU organizza annualmente la Conferenza delle parti (COP) fra i Paesi aderenti, per discutere della situazione del riscaldamento globale e decidere i provvedimenti da prendere. Con gli accordi di Parigi, alla COP aderiranno anche Cina e USA, tra i Paesi maggiormente produttori di gas serra, che si erano sempre rifiutati di aderire ai protocolli d’intesa, per non ostacolare i loro processi di sviluppo economico.
Perché questo accordo è da molti, giudicato al ribasso? Per molteplici motivi, che non sono di poco conto:
– Perché stabilire la prima verifica nel quinquennio 2018-2023, sembra essere una follia: se c’è l’urgenza di contenere il riscaldamento globale, perché procrastinare nel tempo l’inizio di tale attività, correndo il rischio che tra il 2016, anno dell’accordo ratificato, ed il 2018, anno di inizio degli stessi impegni presi, il mondo potrà comunque continuare ad inquinare, e a quel punto tutti i bei progetti enunciati nel protocollo parigino, tutti gli obiettivi fissati, rischieranno solo di divenire pura utopia?
– Perché gli accordi scritti a Parigi non prevedono una data per l’azzeramento delle emissioni? Non ci sono road map, con date stabilite, in modo progressivo, per raggiungere l’obiettivo finale, ma generici impegni che vincolano non più di tanto, i Paesi aderenti. Gli stessi movimenti ambientalisti chiedevano di fissare una riduzione del 70% rispetto ai livelli attuali entro il 2050, per poi raggiungere, nel decennio successivo, l’emissione zero, ma ciò non è entrato negli accordi finali.
– Perché, con questi accordi vincono i produttori di petrolio, tanto le grandi imprese che i Paesi produttori, visto che non c’è una data specifica, né ipotetica per la decarbonizzazione dell’economia.
– Perché non c’è nessun organismo internazionale che verificherà i dati: ossia ogni paese aderente, in base al loro impegno preso, giurando sul loro onore, verificherà da sé i dati forniti, e sappiamo benissimo quanto sia facile, poi, truccare dati ufficiali.
– Perché vengono estromessi da questi calcoli l’inquinamento di navi ed aerei. Infatti i gas di scarico di navi ed aerei non vengono conteggiati nei calcoli enunciati dagli accordi parigini, un po’ per l’opposizione delle grandi compagnie di trasporti, un po’ per opportunismo; prendiamo, ad esempio, un volo internazionale Pechino-Roma, quale Stato dovrebbe conteggiare l’inquinamento come suo, e in che misura? Onde evitare polemiche e diatribe, tanto meglio non conteggiarli!
Per questi motivi, che sono i principali ma non gli unici, gli accordi di Parigi dovrebbero già apparire come una bella pagina di buone proposte, ma senza fatti concreti per risolvere i problemi in essere; gli Stati firmatari hanno voluto farsi belli cavalcando un problema reale, ma non hanno avuto il coraggio di combattere i troppi poteri che, lucrando, causano il problema stesso.
E se Obama, presidente USA, ha fortemente voluto questi accordi, Trump, presidente USA, si vuole, oggi, sfilare via.
E giù a criticare il pazzo, il folle, l’assurdo inquilino della Casa Bianca, che vuole continuare ad inquinare senza porre, invece, un rimedio.
Peccato che, forse, Trump, ha capito, da persona non saggia ma scaltra qual’è, che questi accordi hanno pochi vincoli, pochi punti fermi, poche possibilità di raggiungere gli obiettivi finali, e che alla fine, sono più un accordo di facciata che di sostanza.
Ma, per un momento, spostiamo l’attenzione fuori dalla testa di Trump, e valutiamo attentamente le dichiarazioni rese da altri, certamente più esimi e qualificati del miliardario capriccioso americano, per capire meglio i diversi punti di vista.
“Proibiamo di immettere veleni nell’aria con leggi draconiane” ma ricordiamoci che “l’effetto serra è un altro paio di maniche, e noi umani c’entriamo poco. Sfido i climatologi a dimostrarmi che tra cento anni la Terrà sarà surriscaldata. La storia del climate change è un’opinione, un modello matematico che pretende di dimostrare l’indimostrabile”. A dirlo è il Professore Antonio Zichichi, in un’intervista a Il Mattino, nel 2015.
In sintesi il Professore afferma che “occorre distinguere nettamente tra cambio climatico e inquinamento. L’inquinamento esiste, è dannoso, e chiama in causa l’operato dell’uomo. Ma attribuire alla responsabilità umana il surriscaldamento globale è un’enormità senza alcun fondamento: puro inquinamento culturale. L’azione dell’uomo incide sul clima per non più del dieci per cento. Al novanta per cento, il cambiamento climatico è governato da fenomeni naturali dei quali a oggi gli scienziati, come dicevo, non conoscono e non possono conoscere le possibili evoluzioni future”.
Quindi l’aver affermato che il surriscaldamento della terra sia dovuto all’uomo che inquina, è un assioma in buona sostanza falso, e per giunta, aver stabilito il grado in cui va riportata la temperatura, è ideologicamente falso, visto che la cosa non può essere in qualche modo né prevedibile né calcolabile scientificamente.
Lo stesso Professore Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica nel 1984, pone diversi dubbi sulla teoria che sia l’uomo l’unico artefice dei cambiamenti climatici, e lo ha detto in una audizione al Senato, nel lontano 2014.
Egli affermò che “l’assunto di partenza è stato la constatazione che gran parte della politica energetica europea degli ultimi decenni, e di quelli a venire, fa perno sull’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra, onde ridurre la componente antropica del riscaldamento climatico globale. Questo mentre, da una parte, dati alla mano, le temperature medie globali risultano stabili da 17 anni, nonostante il continuo aumento delle emissioni, dall’altra l’Europa ha attuato e continua ad attuare scelte energetiche molto costose, proprio in ottemperanza alla mission di contrasto del cambiamento climatico”.
Ricordando che il riscaldamento della Terra o il suo raffreddamento è una cosa del tutto naturale, ed è un fenomeno in cui l’emissione dei gas serra poco causano, e facendo notare come ai tempi dei Romani la temperatura terrestre era già più alta di un grado rispetto ad oggi, ed i romani non avevano certamente, l’attuale tecnologia inquinante, egli pone l’accento su un dato incontrovertibile: l’unico Paese che è “riuscito a contenere e a ridurre le emissioni di CO2 sono paradossalmente, gli Stati Uniti, perché c’è stato lo sviluppo del gas naturale, in particolar modo del carbone”, e, altro dato incontrovertibile enunciato dal Professore Rubbia, è che il costo dell’energia, in Europa costa due volte di più rispetto agli USA, perché gli Stati Uniti fanno veri investimenti in ricerca tecnologica e non si limitano a misure coercitive, come fa l’Europa.
Quindi Trump che, partendo dall’assioma: America first, riprende l’uso del carbone, e invece che buttare soldi in fondi che poco servono, li utilizza per sviluppare nuove tecnologie, non è poi così tanto pazzo! E l’Europa, invece che finanziare Cina, Brasile e India, dovrebbe, piuttosto, occuparsi di come scrollarsi di dosso tutti questi anni di pessima politica nel campo dello sviluppo tecnologico. Certamente il problema dell’inquinamento della Terra è un problema serio, ma non va mischiato con l’innalzamento delle temperature, e andrebbe affrontato combattendo le vere lobby che continuano ad inquinare, in barba a tutti gli sciocchi protocolli firmati.

Raffaele Zoppo

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