AMMINISTRATIVE DI GIUGNO: IL POPOLO CONFUSO CERCA L’USATO SICURO


Alla luce dei risultati amministrativi di domenica 11 giugno, ci sono pochi punti fermi, pochi dati certi su cui fare una seria riflessione, e tanta, molta confusione.
La prima, quella più certa, è il marcato astensionismo che ancora imperversa nell’elettorato; è vero che, per molti versi, le amministrative raccolgono meno appeal rispetto alle tornate elettorali, è vero che in buona sostanza, l’elettorato stesso ha perso fiducia nella politica, che non è ancora in grado di fornire almeno delle risposte ai tanti problemi presenti, uno straccio di idee, un abbozzo di soluzione probabile, ma certamente la disaffezione è costante, e la stessa politica sembra non crederci più di tanto nel tentativo di convincimento.
Se vediamo un attimo la realtà, ci accorgiamo subito di come i leader dei partiti si siano tenuti in buona sostanza, lontano dalla tornata amministrativa.
Renzi è stato fin troppo silente, nessuna dichiarazione, nessun tweet, nessun comizio presenziato, salvo dichiarare, a quasi chiusura della campagna elettorale, che si tratta comunque di amministrative, che non c’erano implicazioni nazionali, che è meraviglioso svolgere il ruolo da sindaco, e che è giusto che in questo momento siano loro in prima fila, senza essere oscurati dai leader di partito.
Berlusconi, d’altro canto, ha preferito un profilo basso, qualche apparizione brianzola, forse solo perché vicino a casa sua, un video messaggio, stile anni ‘90, per il candidato trapanese, ma poi silenzio assoluto, nessuna dichiarazione, nessun invito alle masse.
Chi invece, si è mosso tanto è stato Salvini, perché sa che la forza del suo partito viene dal territorio, e se cerca una leadership nel centrodestra, è da lì che gli può provenire.
Altrettanto si è mossa Giorgia Meloni, perché rischia di rimanere schiacciata dalla forza d’urto leghista, e perdere l’identità territoriale comporterebbe la fine del suo progetto politico.
Così come molto si è mosso Beppe Grillo, almeno nell’ultima parte della campagna elettorale, tentando di serrare i ranghi e d’infiammare un elettorato, quello grillino, che abbisogna di stimoli continui, per rispondere in massa alle urne.
A seggi chiusi, e a spoglio già quasi ultimato, ciò che appare evidente è la debacle grillina, fuori da ogni ballottaggio, e mai, in nessun caso, veramente competitiva.
Il perché, forse, è facile comprenderlo; in Sicilia, i sondaggi danno il Movimento 5 Stelle come una forza molto competitiva, eppure a Palermo e a Trapani si sono liquefatti in un nonnulla.
Forse per via degli scandali legati alle firme false, forse per le continue spaccature interne allo stesso movimento in salsa sicula, forse per la scelta di candidati con poco appeal, sta di fatto che una seria riflessione, per loro andrà fatta, in vista delle prossime regionali.
Caso simile a Genova, la città di Beppe Grillo. Alle candidature via web vince la consigliera Cassimatis, Grillo la caccia via, annulla i voti, chiede al suo popolo di fidarsi della sua scelta, candidando Pirondini; risultato? Il movimento si divide e al ballottaggio è fuori.
Terzo caso: Parma. Fu la prima città importante che conquistò con l’ex Pizzarotti, sembrava l’inizio di un’onda lunga, che troppe volte si è, invece, infranta sugli scogli di grossi problemi nelle scelte e delle decisioni da attuare. Federico Pizzarotti fu sospeso, in nome di un non meglio precisato codice interno infranto, lo stesso che ha, in altri casi, invece, garantito deroghe e distinguo. Pizzarotti ha abbandonato il Movimento polemicamente, ha fondato un suo movimento, Effetto Parma, e si ritrova al ballottaggio, mentre i grillini, qui, sono scomparsi completamente.
Se poi ci aggiungiamo la non gradevole, e gradita, pubblicità che fa al Movimento stesso la Raggi a Roma, come linea amministrativa, e se prendiamo in considerazione lo scivolone compiuto dall’Appendino a Torino, con la pessima organizzazione dell’unico evento degno di nota a carattere nazionale, il maxischermo a Piazza San Carlo per la finale di Champions League che vedeva la Juventus protagonista, e finita come sappiamo, e se chiudiamo poi, con il mezzo accordo sulla legge elettorale, siglato in Parlamento con i nemici giurati del PD, Forza Italia e Lega, cosa di per sé strana, per chi giura ai quattro venti che mai scenderanno a patti con chicchessia, e naufragato poi, in Parlamento, per assenza di voti, certamente tutto ciò può aver contribuito a creare una certa confusione nel loro elettorato, spingendoli così, a disertare la chiamata al voto.
Sul versante PD, la situazione è ancora in stallo: Renzi ha vinto le sue primarie, ma il partito in buona sostanza non lo segue, e l’elettorato nemmeno. Forse i continui scandali, da Banca Etruria a Consip, lo stare continuamente nell’occhio del ciclone delle polemiche non ha spinto l’elettorato a votare compatto per i propri candidati.
Inoltre un PD che perde la sua anima di sinistra, forse un po’ d’antan, ma quella c’è, si trasforma in un partito di centro che guarderebbe a sinistra, e la confusione all’elettorato non piace, poi, così tanto.
Così si spiegano alcuni dati: Genova era governata da Doria, con una coalizione di centrosinistra, e dopo cinque anni, si ritrova al ballottaggio, rincorrendo il centrodestra. La Spezia era rossa da una vita, oggi la riscopriamo un po’ meno rossa, con un centrosinistra che deve rincorrere e parecchio, al turno successivo. Stesso discorso lo si può fare per Piacenza, dove il candidato PD, Rizzi, invece che ricevere il testimone dal precedente sindaco, Dosi, con il suo quasi 29%, si ritrova a sperare in un miracolo al prossimo ballottaggio, contro Patrizia Barbieri, del centrodestra, forte del suo quasi 35%.
A Verona, dopo il regno Tosi, non raggiunge neanche il ballottaggio, e l’unica soddisfazione la prende in Sicilia, a Palermo, dove Leoluca Orlando vince al primo turno la sua quinta sindacatura, ma dove, però, non presenta il simbolo di partito.
Il centrodestra invece, ha qualche motivo in più per sorridere: Genova, La Spezia, Piacenza, Monza, Como, Lodi, Asti, Alessandria, Pistoia, Lucca, L’Aquila, Rieti, Taranto, Oristano, erano tutte città amministrate dal centrosinistra, ed oggi, il centrodestra si ritrova al ballottaggio, e in molti casi con la seria possibilità di conquistare la vittoria finale.
Gioie anche per Padova, dove Bitonci, il sindaco sceriffo leghista, dovrebbe riconquistare la sua poltrona, per Verona, dove il dopo Tosi dovrebbe parlare ancora centrodestra, per Lecce, dove nonostante la fuga dei fittiani, non dovrebbe cambiare nulla nella cittadina salentina, e a Catanzaro, dove ad Abramo servirà, però, un turno in più per riconfermarsi.
Discorso diverso per Trapani, dove perde la possibilità di riconfermarsi e pure quella di finire al ballottaggio, ma forse qui, sono i candidati quelli sbagliati: Antonio D’Alì, del centrodestra, a campagna in corso è finito in un’inchiesta della DDA, con l’obbligo di soggiorno a Trapani; il suo rivale, Girolamo Fazio, ex di Forza Italia, ma con una lista di centro legata all’UDC, è finito invece, in manette poco prima di candidarsi. Al ballottaggio Fazio se la vedrà con il candidato del PD.
E così, il banco mischia di nuovo le carte in attesa dei ballottaggi, per capire veramente chi può gioire fino in fondo e chi, invece, dovrà leccarsi le ferite riflettendo sugli sbagli commessi.
Perché come disse Ennio Flaiano, “la situazione politica in Italia è grave ma non è seria”, anche se a vederla oggi, c’è veramente ben poco da ridere.

Raffaele Zoppo

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