ADDIO AD HELMUT KOHL, IL GIGANTE NERO CHE UNIFICÒ LA GERMANIA E CONTRIBUÌ ALLA COSTRUZIONE DELL’UNIONE EUROPEA


“L’Europa è il nostro destino. La nostra meta dev’essere un’Europa unita nella diversità, in cui gli Stati membri, le regioni e cittadini possano incontrarsi di nuovo. È per questo che vogliamo lottare insieme. C’è molto in gioco. Si tratta del nostro futuro”
Ieri, all’età di 87 anni, si è spento Helmut Kohl, lo statista tedesco, padre della Germania unita e costruttore della casa comune europea.
Malato, Helmut Kohl, aveva già da tempo abbandonato la vita politica attiva, dopo aver guidato tutti i cambiamenti epocali della sua Germania, con fermezza ed autorità, pur non avendo comunque fatto mai mancare, sempre, il proprio pensiero critico e preoccupato.
Helmut Kohl, il gigante nero, come veniva comunemente chiamato, per via della sua imponenza fisica, con i suoi centonovantatre centimetri di altezza e più di 130 kg di peso, e nero, dal colore del suo partito, la CDU, fu un politico atipico: per anni un portatore d’acqua, dal profilo basso, abile tessitore, un tattico che mai appariva; un politico da seconda fila, quello che sul palco è messo al lato, mentre il centro della scena era occupato da altri. Poi, improvvisamente, diventa una figura cardine, il perno attorno al quale ruota tutta la politica tedesca ed europea, spregiudicato stratega, arrogante quanto basta, ma soprattutto determinato a perseguire gli obiettivi politici.
La svolta che segna lo spartiacque tra un prima ed un dopo, è determinata da un episodio che fece la Storia: la caduta del muro di Berlino. Lui fiutò la svolta epocale, non si lasciò trascinare dagli eventi, non si fece prendere dal panico sull’incertezza del futuro, ma afferrò saldamente le briglie del tempo, cavalcò con determinazione i mutamenti storici, guidandoli con fermezza verso un porto più sicuro per la Germania stessa, ormai unificata.
Kohl ha da sempre, avuto una viva passione per la politica, sin da giovane, avvicinandolo già nel 1947, lui che è un classe 1930, all’Unione Cristiano Democratica giovanile (CDU) della sua città, Ludwigshafen. Poi una carriera fulminea all’interno del suo partito, grazie alla sua abilità di tessitore, all’ambizione a recitare un ruolo comunque primario, a fiutare l’occasione giusta per attaccare ed emergere.
Nel 1953 divenne dirigente regionale della CDU, nel 1954 fu già vicepresidente, nel 1960 venne eletto nel parlamento locale della Renania Palatinato, ed in un crescendo di prestigiose cariche e di importanti apprezzamenti per le sue qualità politiche ed amministrative, nel 1972, dopo la cocente sconfitta elettorale della CDU, Helmut Kohl prese il posto dell’allora presidente dimissionario, Reiner Barzel, divenendo così, il nuovo presidente del suo partito, una carica che manterrà ininterrottamente e saldamente sino al 1998.
Nel 1976, fu il candidato naturale del suo partito alla Cancelleria, nelle elezioni federali, ma fu sconfitto dal SPD, e si trasformò in un abile e determinato leader di opposizione cristiano-democratica contro il governo allora retto dal cancelliere Helmut Schmidt.
Altra data importante per la carriera politica di Kohl fu l’1 ottobre 1982, quando Schmidt perse la fiducia parlamentare e fu costretto alle dimissioni. In un clima da grandi coalizioni, tipico della politica parlamentare tedesca, fu scelto proprio Kohl come nuovo Cancelliere, convinti tutti di aver scelto una figura sì, moderata, ma comunque debole ed influenzabile.
Errore, se così può essere definito, grave, perché Kohl si dimostrò capace, abile e, soprattutto determinato, tant’è che presa la Cancelleria, l’abbandonò solo nel 1998, divenendo così, uno tra i Cancellieri più longevi della storia tedesca, dopo Otto von Bismarck, con i suoi sedici anni di permanenza in carica.
Sotto di lui la Storia ha tessuto le sue trame, sotto di lui sono accaduti gli avvenimenti più significativi che hanno mutato la faccia del mondo europeo e non solo.
Kohl ha supervisionato la fine della Guerra fredda, mantenendo non solo gli impegni NATO, che doveva sostenere la Germania occidentale, ma stipulando anche un importante accordo: il dispiegamento dei missili NATO sul territorio tedesco, in cambio della firma del trattato Usa-Urss che prevedeva il ritiro degli euromissili appartenenti alle due nazioni, primo segnale di disgelo tra le due potenze che avevano diviso il mondo in due ostili parti.
Un successo internazionale, questo, che gli permise di vincere le elezioni politiche nel 1987, e di realizzare il suo sogno: unificare finalmente la Germania, divisa da un muro e da una rigida cortina di ferro.
L’URSS stava pian piano perdendo il controllo politico sia sulla Germania dell’Est, che sulla Cecoslovacchia e sull’Ungheria, mostrando una debolezza che sfocerà poi, nella straordinaria politica della perestrojka di Gorbačëv; la politica della Germania Ovest e quella dell’Est iniziarono a tessere proficui contatti, come, appunto, la storica visita ufficiale di Kohl a Berlino Est, primo Cancelliere dell’Ovest ad essere ricevuto nella Germania dell’Est, che porteranno poi alla naturale caduta del famigerato muro di Berlino, il 9 novembre 1989.
Kohl arriverà a questo appuntamento con la Storia molto logorato politicamente, per via dei continui dibattiti interni al suo partito, e non solo, che frenavano la sua spinta politica.
Inoltre si ritroverà a gestire una pericolosa transizione: come unire due Germanie che avevano sistemi economici estremamente diversi, due monete diverse, con valori troppo differenti, e soprattutto due politiche fortemente differenti, con la conseguenza di dover trovare accordi pure con l’Unione Sovietica di Gorbačëv, che fino all’89, controllava la stessa Germania dell’Est.
Ecco che il Kohl tessitore si trasformò in un abile e determinato stratega.
Per togliere respiro all’opposizione interna, forte di una comunque solida maggioranza parlamentare, presentò al Bundestag, improvvisamente, un piano in dieci punti per riunire i due Stati tedeschi, una road map forte, precisa e vincolante nelle tempistiche.
Un’azione questa, che spiazzò le stesse resistenze del suo partito, e disorientò pure gli altri leader europei, la Thatcher, Mitterrand e Andreotti su tutti, che vedevano improvvisamente un cambio di strategia di Bonn, a cui non erano minimamente preparati.
Bonn e Berlino che si uniscono di nuovo, la Germania dell’Ovest, così timida politicamente, che improvvisamente accelera per unirsi con la Germania dell’Est, su cui gravavano una miriade di problemi, di ogni ordine e tipo, che comunque sarebbero dovuti essere affrontati, ma non più step by step.
Ma Helmut Kohl è oramai un treno in corsa, un panzer che tutto schiaccia, inarrestabile, determinato, poco diplomatico molto decisionista. È il Kohl che abbraccia la Storia e la cavalca con sicurezza.
Organizza un movimento cristiano-democratico nella Germania dell’Est, Allianz fur Deutschland, che trionfa alle elezioni politiche del marzo 1990. Ora ha nelle due Germanie, due governi che parlano la stessa lingua e perseguitano i medesimi obiettivi; il primo passo fu il trattato di cambio alla pari delle due monete, nonostante il parere contrario della Bundesbank.
La Germania dell’Ovest più ricca economicamente abbraccia, così, la Germania dell’Est, economicamente più debole e povera.
A luglio dello stesso anno va in vacanza nel Caucaso, ospite di Mikail Gorbaciov e lì ottiene dal leader sovietico il via libera per l’unificazione della Germania in cambio di un generoso prestito di 12 miliardi di dollari.
Oramai tutti i tasselli del puzzle erano al loro posto, la Germania, finalmente era pronta ad unirsi nuovamente sotto un’unica bandiera, dopo più di quarant’anni vissuti da separati.
Kohl a questo punto spostò l’attenzione sull’Europa, spingendo i leader europei verso una forte e decisa accelerazione.
La Dichiarazione solenne sull’Unione europea, adottata dal Consiglio europeo di Stoccarda nel giugno 1983, era rimasto comunque, un bel progetto politico con troppi ostacoli da affrontare, e poca voglia ed impegno nel superarli. Nel 1992, dodici Stati Europei finalmente firmarono i Trattati di Maastricht, ratificati nel novembre 1993, che fissarono le regole politiche e i parametri economici e sociali necessari per l’ingresso dei vari Stati aderenti, nella nuova Unione Europea.
Un’accelerazione a cui contribuì la forte leadership di Kohl, l’unificazione tedesca e una serie d’interessi che si incrociarono tra loro.
Helmut Kohl aveva, infatti, una paura: il forte senso nazionalista che covava in Germania, ora più che mai, dopo la ritrovata unità.
“Gli spiriti maligni non sono stati banditi per sempre dall’Europa – affermò Kohl, a Parigi – Ad ogni generazione si pone nuovamente il compito di impedire il loro ritorno, di superare i pregiudizi e di far cadere i sospetti”.
L’unificazione tedesca presentò comunque un conto salatissimo: le fabbriche dell’Est erano in deficit, e la competizione con quelle che si trovavano nell’Ovest non fece che acuire questa disparità. Per cui molte furono costrette a chiudere, licenziando, tant’è che nell’ex Germania dell’Est, nel 1991, si contarono circa 3 milioni di disoccupati. La Cancelleria di Kohl dovette quindi, investire tantissimi soldi in infrastrutture e welfare per disinnescare la deflagrazione dell’imminente bomba sociale.
Inoltre, la caduta del regime sovietico aveva tolto il velo sulle povertà economiche di Stati confinanti come Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, con il serio rischio di una forte ondata migratoria verso la Germania, novella terra promessa. Per cui, il Governo di Berlino investì pesantemente anche in questi Stati, con forti donazioni, per evitare il travaso migratorio.
Non ultimo, c’era il prestito da onorare con l’ex Unione Sovietica di 12 miliardi di dollari, stipulato tempo addietro con Gorbačëv.
Insomma una montagna di soldi da investire, che la stessa Germania non disponeva, ed una tensione sociale che creava profonde fratture, rischiavano di far precipitare la neonata Repubblica Federale di Germania, ad una situazione non così dissimile da quella Germania ove crebbe e si instaurò, poi, il nazismo.
Per evitare una situazione simile serviva una Europa forte e coesa, stretta da patti vincolanti, da evitare, così, eventuali scoppi bellici, e per soffocare ogni spinta nazionalistica.
Per questo Kohl accelerò sul progetto di una casa comune europea, nonostante le perplessità di Mitterrand e della Thatcher, e non solo.
Il presidente francese intuì che il punto debole tedesco era il Marco: per la Germania era motivo d’orgoglio che difficilmente potevano accettare di abbandonare.
“Il Marco è la bomba atomica della Germania e non dobbiamo togliere alla Germania la sua bomba atomica”, ripeteva, spesso, Mitterrand.
Imporre il cambio monetario, con l’introduzione di una moneta unica, poteva essere il freno opportuno, per rallentare Kohl nella corsa all’Unione Europea.
Furono i rigidi trattati di Maastricht, con quei parametri così vincolanti, a disinnescare la bomba tedesca: infatti, la Germania accettò la rinuncia al Marco, per adottare come moneta comune l’euro, in cambio di condizioni economicamente molto severe per l’ingresso nell’Unione, questo al fine di rassicurare l’opinione pubblica tedesca e la Bundesbank, che entrare nell’Unione Europea non avrebbe significato finanziare sprechi e debiti dei paesi mediterranei, Spagna e Italia su tutti.
Ma quando la coperta è corta, si sa che qualcosa non riesce poi, a coprire. Così, la Germania entrando nell’Unione Europea, soffoca sul nascere le spinte nazionalistiche, ma si ritrova a dover pagare, comunque i costi dell’unificazione tedesca, scaricandoli, però, sull’Unione Europea, attraverso spericolate politiche economiche, come l’innalzamento dei tassi d’interesse, che fecero precipitare tutti gli Stati in una spirale recessiva, per contrastare proprio le politiche economiche tedesche.
La Germania attuò questa politica economica aggressiva semplicemente per attrarre capitali stranieri e investitori, che salvassero l’economia tedesca, ma, di contro, riuscì a far pagare il suo debito su tutti gli Stati della U.E.
Nonostante ciò la politica economica della Germania tardava a dare segnali di risveglio, tant’è che alle elezioni del 27 settembre 1998 ci fu la vittoria dei socialdemocratici di Gherard Schroeder, e la fine politica del Gigante nero.
Lo stesso Financial Times aveva preconizzato la sua fine politica, titolando, molti mesi prima: “Se l’Italia entra, Kohl esce”, alludendo proprio all’esame di valutazione di Bruxelles, che Italia e Spagna avrebbero dovuto affrontare nel marzo ‘98, e che superarono per un pelo, rispettando i rigidi parametri di Maastricht.
Il colpo di grazia alla figura di Kohl fu lo scoppio dello scandalo dei fondi neri della Cdu, alla fine degli anni Novanta; una bufera che rischiava di travolgere tutto il partito. Kohl divenne il capro espiatorio, pagando una forte multa senza, però, fare mai i nomi dei finanziatori occulti.
La sua delfina, Angela Merkel, già più volte ministro nei governi Kohl, nel 2000, poco dopo lo scoppio dello scandalo, scrisse una lettera alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, nella quale sostenne che per salvare il partito, la CDU, bisognava prendere le distanze da Helmut Kohl e dalle sue azioni politiche, un parricidio in pieno stile, che allontanò definitivamente il Gigante Nero dallo scenario politico, facendolo cadere in un dimenticatoio.
Ma se la Germania uscita dalla seconda guerra mondiale, era il nano politico e militare d’Europa, divisa in due, ed è oggi, invece, la potenza forte, unitaria, che detta le regole in Europa, questo lo si deve a Kohl, alla sua lungimiranza politica, alla sua determinazione, alla sua leadership autorevole, anche se, proprio, quel progetto iniziale dell’Unione Europea, molte distorsioni ha subito, nel corso degli ultimi anni, ma di questo la responsabilità è piuttosto, nella miopia politica della Cancelliera Merkel, che certamente, non ha le qualità politiche del suo mentore, il Gigante nero che fece di nuovo grande la Germania.

Raffaele Zoppo

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