CON L’ESITO DEI BALLOTTAGGI, IL CENTRODESTRA CONQUISTA LE ROCCAFORTI DI SINISTRA, IL PD CROLLA PIÙ O MENO OVUNQUE, MA ALLA FIN FINE SEMBRANO TUTTI FELICI E CONTENTI


Ieri con la chiusura dei ballottaggi si mette fine ad un’altra lunga campagna elettorale e si può, finalmente, tracciare un bilancio più onesto sullo stato di salute della nostra politica.

Il vincitore? Anche questa volta l’astensionismo è il partito più rappresentato. Da nord a sud il calo degli elettori che si spingono sino al seggio è un dato che dovrebbe far preoccupare chiunque mastichi un po’ di politica e magari si erge anche a suo rappresentante nobile.

Se è fisiologico un calo elettorale ai ballottaggi, per una serie infinita di motivazioni, il dato emerso dovrebbe comunque porre una riflessione: quasi il 50% degli elettori ha scelto di non andare a votare, non solo perché non stimolato al voto dai candidati presenti, ma soprattutto, perché sempre più disaffezionato da una politica che avverte come distante, vuota, priva di idee, ma zeppa, invece, di slogan.

E, se è vero che si eleggeva il proprio sindaco e non il Parlamento, ancora è più evidente quanto, anche la politica più vicina a noi, quella quotidiana di un sindaco che amministra la propria città, è avvertita con poco appeal, distante, lontana, non stimolante.

E questo dovrebbe far riflettere qualunque partito, di destra, centro, sinistra, antagonisti, alternativi, populisti, e chi più ne ha, più ne metta.

Altro dato evidente? La crisi emorragica di voti del PD, che nelle sue continue trasformazioni, PCI, PDS, DS, PD, ha smarrito il proprio credo, la propria anima, il proprio sentire.

Renzi è stato il colpo di grazia finale. Con la sua idea rottamatrice, ha spaccato il partito, tra chi lo segue senza se e senza ma, chi lo osteggia nelle segrete stanze di partito, e chi, invece, così tanto apertamente, da sbattere la porta e andarsene.

Oggi il PD ha forse un colore sbiadito della sinistra che fu, ma non è neanche un moderno partito democratico, è un abbozzo, invece, di progetto politico senza un’anima, che guarda più al centro che alla sua sinistra. E questo smarrimento è avvertito dall’elettorato che sempre più si sta smarcando dalle insegne di partito, tant’è che le stesse roccaforti che furono del PCI, oramai hanno fatto crollare i propri muri di Berlino. La Spezia, Genova, Sesto San Giovanni, che era chiamata la Stalingrado d’Italia, hanno dimostrato marcatamente come questa disaffezione sia oramai più che evidente. Le stesse regioni rosse, la Liguria, l’Emilia Romagna, la Toscana, non sono più quei bacini di voti sicuri; e tutto questo dovrebbe far riflettere il PD, ed il suo Segretario, e porre più di una riflessione sulle prossime linee programmatiche e politiche, per recuperare quantomeno la fiducia del proprio elettorato.

Il centrodestra, invece, dovrebbe sorridere dopo l’esito delle urne. Insieme hanno una maggioranza credibile, e la fiducia dell’elettorato. Non sono una ammucchiata di partiti slegati tra loro, ma una sintesi equilibrata di anime complesse con sentire diversi.

Le vittorie nelle roccaforti rosse, l’aver respinto l’onda minacciosa di Tosi & Compagna a Verona, sono elementi di forte positività.

Certamente è stato intelligente aver trovato una sintesi unitaria, l’aver scelto attentamente i candidati, soprattutto pescati nella società civile, quindi non così strettamente legati ad un partito di riferimento, l’aver giocato bene le carte delle liste civiche, che possono, nelle elezioni territoriali, intercettare voti di un elettorato che non si riconosce nei grandi partiti, ma negli uomini che rappresentano, invece, una determinata area politica.

Certamente, la sconfitta di Bitonci a Padova una qualche riflessione la dovrebbe comunque porre: aveva già una maggioranza, è stato disarcionato da una parte di essa, si è ripresentato, con una maggioranza più coesa ma non ha incontrato la fiducia dei padovani. Scelte sbagliate? Campagna politica poco convincente? Errori strategici? Qui è la Lega che dovrebbe fare una riflessione, così come a Lecce, la riflessione la dovrebbe, invece, fare Forza Italia e le sue mille spaccature regionali, perché perdere dopo vent’anni una città dove si vinceva a mani basse e con risultati bulgari, può essere un segnale di un territorio che non si vede così rappresentato dai candidati proposti.

Il grande assente ai ballottaggi è stato, ovviamente, il Movimento Cinque Stelle, che già doveva leccarsi le ferite per non aver raggiunto un onorevole risultato al turno precedente, in questo, ben poco poteva dire. L’unico ballottaggio degno di nota era Asti, raggiunto con un riconteggio infinito delle schede, che lo hanno premiato, a scapito della candidata PD, grazie a sedici voti in più; ma al ballottaggio hanno avuto ben poco da dire. Si consolano con Carrara, con Ardea, con qualche comune della Puglia, ma se sognavano il grande balzo in avanti, in ottica elezioni nazionali, questa è stata una grande frenata. Certamente amministrare piccoli e medi comuni non è poi, così complicato, politicamente, per il movimento grillino, se presenta candidati credibili e capaci, e non improvvisati, anche se il caso Quarto avrebbe già dovuto porre più di una riflessione; quando l’asticella si è alzata, vedi Parma e Livorno, prima, Roma e Torino poi, ecco che l’improvvisazione non paga, i codici, le regole interne, non sempre funzionano, e spesso errori strategici diventano preoccupanti boomerang.

Degno di riflessione poi è il caso Parma, prima grande città conquistata dai grillini: era l’alba di un sogno, si è trasformata in un incubo. Pizzarotti e Grillo finiscono ai ferri corti quasi subito, lui che cerca una certa libertà d’azione, l’altro che cerca di ingabbiarlo nei rigidi schemi del movimento. Risultato? Lui finisce sospeso sine die, e nessuno ha ancora capito il perché, e stanco di cercare un dialogo con tutto il direttorio grillino, sbatte la porta e fonda la sua lista civica. Oggi vince lui, senza simboli, senza apparentamenti, solo con la sua faccia e con il risultato di cinque anni di amministrazione. In compenso i grillini a Parma sono stati ridotti a numeri da prefisso telefonico. Ma Pizzarotti può essere un modello replicabile in altre realtà, e pure, a livello nazionale, oppure rappresenta un unicum confinato nel parmense?

Ultimo dato degno di riflessione è il caso Trapani, dove la politica amministrativa viene piegata ai propri tornaconti personali, e un’elezione diventa una redde rationem tra i mammasantissima locali.

Lì dove il centrodestra si presenta spaccato, propone due candidati: il senatore D’Alì, di Forza Italia, ed il suo alter ego, il consigliere regionale Fazio, questa volta sotto le insegne del partito di Alfano e di un pezzo dei tanti partiti di centro.

Il problema è che a campagna in corso, sia D’Alì che Fazio hanno seri problemi con inchieste di giustizia che li riguardano molto da vicino. Potrebbero fare un passo indietro, e invece no, vanno avanti come treni, ignorando l’etica ed il buon gusto. Al primo turno, Fazio è primo, Pietro Savona, candidato del PD, secondo, D’Alì, terzo e fuori dal ballottaggio.

Ma, coup de théâtre, Fazio fa cadere la sua candidatura, in modo tale da lasciare al ballottaggio un solo sfidante, Pietro Savona, del PD.

Lui giustifica tutto ciò come un’altissima scelta civica di non macchiare la sua candidatura con le inchieste della magistratura che lo coinvolgono. Ecco, solo un appunto: ma visto che le inchieste lo coinvolgono sin dall’inizio della campagna elettorale, perché non fare il passo indietro subito? Forse per non lasciare un’autostrada elettorale al nemico D’Alì?

Comunque, Savona, unico candidato al ballottaggio, per essere eletto doveva convincere il 50% dei suoi concittadini ad andare alle urne, impresa titanica, divenuta pura utopia quando tutti i partiti, grillini compresi, avevano invitato i trapanesi ad andare al mare. Risultato? Elezioni invalidate, e commissario in arrivo, in attesa delle prossime elezioni amministrative, e della prossima resa dei conti politica.

Perché l’episodio Trapani dimostra quanto ancora la politica sia immatura, incapace di ascoltare il proprio territorio, di dimostrare pieno senso civico e rispetto non solo per le istituzioni che dovrebbero rappresentare, ma soprattutto per i cittadini invitati ad esprimere il loro voto nell’urna elettorale, ma troppo spesso, invece, calpestati per logiche di bottega o per interessi personali. Ecco, su tutto ciò andrebbe fatta una seria riflessione, al di là dei brindisi che tutti i partiti, all’indomani della tornata elettorale, fa, perché comunque riescono pure a trovare un motivo per essere contenti dei risultati ottenuti.

 

Raffaele Zoppo

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