PAOLO VILLAGGIO SE N’È ANDATO VIA SULLA NUVOLETTA DI FANTOZZI


Ci sono artisti che restano immortali, artisti il cui genio creativo, misto ad una straordinaria intuizione e ad una buona dose di fortuna, trascendono il tempo e le generazioni divenendo veri monumenti all’arte, che la banale morte non riesce minimamente a cancellare.

Artisti come lo è stato Paolo Villaggio, che si è spento a ottantaquattro anni, dopo aver lottato a lungo con il diabete.

Erano anni che su internet spuntava, ogni tanto, la notizia della sua dipartita, e lui cinicamente ci scherzava su, beffardamente come solo lui sapeva fare: “deciderò io il giorno e l’ora, ma non adesso. E ho già preparato il mio funerale, con tutta la lista degli invitati, ma so già che non verrà nessuno, perché tutti impegnati”, disse in un’intervista.

Non sappiamo se questo era il giorno e l’ora stabilito da lui, certamente per tutti noi, che lo abbiamo da sempre apprezzato, era fin troppo prematura.

Paolo Villaggio non era un semplice comico, ma un artista della comicità, come lo fu il grande Totò, Aldo Fabrizi o Chaplin, giusto per citarne alcuni.

Il comico si crea un copione di battute facili, strappa risate, ma è limitato nella sua creatività; Paolo Villaggio invece, è un genio della risata, quella amara, quella che porta con sé una serie infinita di riflessioni, quella che sbeffeggia la realtà che ci circonda e tutti noi che ci viviamo dentro.

Paolo Villaggio non è stato solo il Ragionier Fantozzi, ma è stato anche lo sfigato ragioniere, e in questa macchietta ha racchiuso tutto quel geniale cinismo di chi prende in giro la vita, i difetti nostri, le nostre debolezze umane.

Amico fraterno di De André, lui più povero, l’altro, il poeta cantante, figlio di una ricca borghesia, insieme erano una strana coppia, entrambi geniali artisti, entrambi genovesi, entrambi incazzati con il mondo, che è ingiusto e sbagliato. Entrambi hanno faticato tantissimo nell’emergere dall’anonimato degli esordi.

Piccoli spettacoli di teatro di strada, per pochi intimi, in cui già Villaggio metteva in scena quello che poteva essere considerato un primo abbozzo del ragionier Fantozzi.

Lavorava all’Italsider, e portava in scena la vita quotidiana di un dipendente di fabbrica, uno che sognava la bella vita, ma rimaneva schiacciato dagli ingranaggi di un sistema che soffocava ed umiliava.

Fu Maurizio Costanzo a notarlo e a portarlo in televisione: divertenti furono gli sketch che propose al grande pubblico: il prestigiatore Kranz, vestito elegante, con cilindro e guanti, un falso accento tedesco, una naturalissima ma inconcludente vena di cattiveria con il suo pubblico che non capisce la sua arte, e i pupazzi in mano per mostrare il suo gioco di prestigiatore; l’altro invece, fu Giandomenico Fracchia, prototipo dell’umile impiegato d’ufficio degli anni ‘60, vessato dai suoi superiori, umiliato dalla vita.

La voce sfiatata, la testa incassata al torace, quasi a reggere il peso dell’umiliazione, il movimento goffo ed impacciato, e quei primi tormentoni verbali, dal “Com’è umano, lei!”, al “Mi si sono intrecciati i diti!”, o il “Mi ripeta la domanda…”, che suscitavano immediata ilarità.

È quest’ultimo personaggio che diventerà poi, il Ragioniere Ugo Fantozzi, ma prima verrà elaborato attentamente dallo stesso Villaggio, trasformandolo in un successo letterario e solamente poi, in quello cinematografico.

Infatti, solo negli anni ‘70, dopo i successi letterari delle disavventure del Ragionier Ugo Fantozzi, con il regista Luigi Salce, nasce al cinema quello che sarà un tormentone per più di quarant’anni.

La macchietta creata da Paolo Villaggio non è altro che l’esasperazione grottesca dell’uomo medio italiano, tutto casa, lavoro e vizietti vari. È l’impiegato frustrato, svilito dalle umiliazioni, che tiene botta alle angherie dei superiori, a quelle dei colleghi, a quelle dei familiari.

Pur esasperati, i personaggi del ciclo Fantozzi sono personaggi umani, comuni, che chiunque avrebbe potuto rivedere nella propria quotidianità.

Ovunque in mezzo a noi, possiamo incontrare un Ragionier Filini, saccente ma mai saggio, una Signorina Silvani, imbarazzante nelle sue provocazioni da femme fatale, un geometra Calboni, arrogante e presuntuoso, e, poi, lui, lo sfigato per eccellenza, Fantozzi.

Villaggio è riuscito a condensare in un solo personaggio tutta una serie di caricature complesse, che hanno dato spessore alla macchietta, sfruttata all’inverosimile.

C’è la rivalsa sociale da sempre inespressa, c’è la sudditanza psicologica verso il potere, qui estremizzato nella Megaditta, con il superiore che diventa un lungo ampolloso, altisonante appellativo nobiliare, il famoso “gran duc, figl di putt”; c’è la rappresentazione di una categoria sociale e antropologica, nata con il boom economico degli anni ‘60/’70, dopo aver vissuto la fame del secondo dopoguerra, in cui qualsiasi italiano, sia del Nord che del Sud, in qualche modo ci si rivedeva.

Il Fantozzi portato al cinema era l’italiano medio arrabbiato con il mondo, ma che non aveva la forza di combattere, per cui ci si adattava in uno spirito di sopravvivenza.

È l’uomo servile, quello che si fa umiliare accettandola come naturale condizione di vita, quello lecchino con tutti, pur di sopravvivere ai soprusi.

Una macchietta complessa quella creata da Paolo Villaggio che riscuoterà un enorme successo, con dieci capitoli cinematografici, che però, perderanno, via, via, sempre più mordente ed efficacia.

Ma sarà anche il personaggio che incastrerà lo stesso Villaggio al suo Fantozzi, in una unione così potente da cui lui stesso non riuscirà più a liberarsi.

Pur lavorando con Monicelli, con Lina Wertmuller, con Fellini, con Olmi, portando al cinema il volto più drammatico e malinconico, tutti continueranno ad associarlo semplicemente al mitico Fantozzi.

Questa è stata forse, la sua più grande genialità artistica, che al contempo è divenuta il suo stesso limite artistico, per una carriera più brillante.

Ed ora il pigro, spigoloso, cinico Paolo Villaggio può finalmente svestire i panni del suo Fantozzi, liberarsi da quel linguaggio goffo e disarticolato, sedersi sulla famosissima nuvoletta nera, birrone ghiacciato in mano, con una frittatona di cipolle nell’altra, e gustarsi beato il suo funerale; almeno solo per vedere chi c’è!

 

Raffaele Zoppo

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