IL CASO CONTRADA:  LA CERTEZZA DELLE SUE RESPONSABILITÀ MA LA POSSIBILITÀ DI NON ESSERE GIUDICATO PERCHÉ IL REATO, IN QUEL TEMPO, NON C’ERA ANCORA


Quesito semplice, semplice: se un gruppo di persone fa irruzione, ad esempio, in una banca per svaligiarla, mentre un loro complice (il cosiddetto palo) resta all’esterno, per controllare la situazione, tutti i componenti della banda sono punibili per legge?

Certamente sì, i ladri in azione, per rapina con tutte le aggravanti del caso, il cosiddetto palo, invece, per concorso esterno, in base all’articolo 110 del codice penale, perché ha partecipato al reato senza prendervi parte direttamente, ossia senza entrare materialmente in banca insieme al resto dei banditi, armi in pugno, per svaligiarla.

Ora con un caso così semplice è facile capire e, poi, giudicare il cosiddetto concorso esterno in un’azione criminale.

Diventa, invece più complesso, invece, quando si tratta di valutare il cosiddetto “concorso esterno in associazione mafiosa”, ed il recente caso Contrada, riapre antichi conflitti giurisprudenziali.

La mafia è già un’associazione criminale verticistica, legata da legami strettissimi, spesso di sangue, e fu il pool antimafia ideato da Giovanni Falcone a guardare per primo, alla mafia come una struttura complessa, organizzata e ramificata, e non più solo al singolo clan che controllava un determinato territorio.

La mafia non era solo lupara e coppola, non era solo il potere di controllo di un territorio con la violenza, l’intimidazione e le armi, non era solo faide e assassini, sequestri e vendette trasversali, non era solo contrabbando, ma è anche corruzione negli appalti pubblici, movimento di voti verso candidati locali, regionali o nazionali, più morbidi, diciamo così, alle esigenze criminali mafiose.

Giovanni Falcone era convinto, e non solo lui, che c’era una cosiddetta zona grigia in cui pezzi dello Stato si lasciavano persuadere e corrompere dalla criminalità organizzata.

Non erano affiliati, non partecipavano alle azioni criminali mafiose, ma in qualche modo, sfruttando la loro posizione, fornivano un sostegno esterno alla stessa mafia.

Potevano essere liberi professionisti, imprenditori, ma anche politici, magistrati, poliziotti, uomini che apparentemente erano dalla parte della legalità, ma di nascosto offrivano aiuti e sostegni ai criminali mafiosi.

D’altra parte, senza questa zona grigia, difficilmente si potrebbe spiegare come pericolosi criminali ricercati, potessero vivere, per anni, tranquillamente nei loro bunker, incontrandosi tra loro, gestendo affari criminosi, senza essere mai scoperti e trovando la sicura fuga, al momento giusto, poco prima di essere acciuffati.

Il problema era l’individuazione del reato commesso, che non poteva, appunto, essere la semplice associazione mafiosa, perché non partecipavano direttamente all’azione criminale, ma in qualche modo questi, fungevano da palo, avvertendo opportunamente quando l’aria stava iniziando a scottare troppo, quando qualche inchiesta stava stringendo il cappio, quando era previsto un blitz per l’arresto. Avvertimenti, informative riservate che diventavano di loro dominio, inchieste opportunamente depistate, prove occultate per evitare processi, favoreggiamenti nelle loro fughe.

Come indicare il reato commesso da questi individui? Fino al 1994 si applicava il principio di legge: se si individuava un reato previsto dal codice si procedeva con l’imputazione altrimenti tutto decadeva, perché il semplice concorso esterno, ipotizzato dai magistrati non era sufficientemente supportato dal codice penale, ed i magistrati non fanno leggi, ma emettono sentenze.

Dal 1994, invece, le cose cambiano e la Cassazione stabilisce la corretta interpretazione dei magistrati: il “concorso esterno in associazione mafiosa” non è un nuovo reato, ma è l’applicazione del principio del concorso a un reato già previsto da una legge dello Stato: l’articolo 110 del codice penale, che esiste dal 1930, sul concorso tra più persone per il medesimo reato, e l’articolo 416 bis, che esiste dal 1982, che riguarda, invece, l’associazione di tipo mafioso.

Due leggi già esistenti nel nostro codice penale, che riescono a supportare l’applicazione del principio del concorso esterno in associazione mafiosa.

La sentenza della Cassazione fa giurisprudenza, ed il concorso esterno viene applicato anche a persone condannate prima del 1994.

Questo finché Bruno Contrada, ex dirigente dei servizi segreti, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, pur avendo già scontato la condanna, è riuscito, tramite i suoi avvocati, a trovare il grimaldello per scardinare la sua condanna. Rivolgendosi alla Corte Europea, è riuscito a far condannare l’Italia per ingiusta condanna e ingiusto processo.

Secondo la Corte Europea di Strasburgo (CEDU), poiché il reato in essere non era ancora ben definito, e tipizzato, Contrada non poteva essere imputato e poi, pure condannato.

Così la Cassazione, in seguito alla sentenza della Corte europea, ha revocato la condanna a 10 anni per Bruno Contrada.

Attenzione però! Questo non vuol dire che l’ex super-poliziotto non abbia commesso reati di cui è accusato, non abbia avuto forti contatti con boss mafiosi, non abbia favorito le loro fughe, non abbia depistato indagini, come hanno sostenuto pentiti come Buscetta o Mutolo. Semplicemente, prima del 1992 il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non esisteva e per questo tipico reato non può essere condannato.

Ora che questo reato è entrato nella nostra giurisprudenza, attraverso la sentenza della Cassazione del 1994, sarebbe il caso che lo Stato faccia veramente chiarezza sul concorso esterno in associazione mafiosa, senza più lasciare zone d’ombra su tale reato, che lasciano sempre una certa libera interpretazione giurisprudenziale.

Nella fattispecie, infatti, c’è chi materialmente commette il reato (ipotizzando un attentato dinamitardo, colui che fa brillare l’ordigno), c’è chi è associato a coloro che hanno commesso il reato (i mandanti, ad esempio, chi ha procurato il materiale esplosivo, chi ha studiato il piano) e c’è chi concorre in maniera esterna con gli associati che hanno commesso i reati (chi dà loro una mano esternamente, informando magari degli spostamenti del bersaglio, o delle eventuali prove raccolte dopo l’attentato).

Non è, infatti, sempre così semplice distinguere in modo netto il confine tra le tre categorie, e spesso si rischia di lasciare un eccessivo arbitrio al giudice, che ha un’ampia discrezionalità nel decidere.

Inoltre, possiamo accusare per concorso esterno un medico che opera un mafioso fuori da un ospedale? O un sacerdote che raccoglie confidenze da un mafioso fuori da una confessione? Possono essere molteplici i casi in cui l’eccessiva discrezionalità può decretare una condanna o un’assoluzione, anche tra un giudizio e l’altro. Ora che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa è stato riconosciuto, sarebbe interessante renderlo chiaro a tutti, affinché nuovi Contrada non si possano più trovare nella condizione di stringere mani a boss mafiosi, di suggerire loro confidenze riservate, aiutandoli in qualche modo, senza sapere che tutto ciò è un reato previsto dal nostro codice penale.

Almeno farlo per la memoria di Boris Giuliano, Carlo Alberto Dalla Chiesa e Giuseppe Russo, tutti stretti collaboratori di Contrada, e tutti morti assassinati per mano mafiosa; almeno farlo per la memoria di Falcone e Borsellino, e dei tanti martiri che hanno pagato con la vita la lotta alla mafia.

Raffaele Zoppo

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...