IL DDL FIANO SUL MERCHANDISING FASCISTA, LA BOLDRINI SULL’ARCHITETTURA DEL VENTENNIO, E QUELLA PAURA DI UNA RINASCITA CHE NON C’È


La Storia insegna.

 

“Il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco”.

Così scrisse il giornalista, politico e antifascista Piero Gobetti, nel 1922.

Appunto, l’autobiografia di una nazione, quella italiana, che ha vissuto per secoli, dopo la caduta dell’Impero romano, di campanilismi, di lotte fratricide per difendere pezzetti di territorio, tra regni, ducati e stati. C’era lo Stato Pontificio, la Repubblica di Venezia, il Regno delle due Sicilie, lo Stato Sabaudo, il Granducato Toscano e tutti i piccoli, piccolissimi ducati sparsi nel centro-nord; stati in lotta fra loro, che difendevano i loro confini con proprie milizie, considerando i vicini non fratelli, ma nemici da assoggettare o con cui trattare diplomaticamente per vivere in pace.

Poi, il risorgimento italiano ha trasformato i vicini-nemici in fratelli di sangue, in lotta contro un nemico comune, l’invasore asburgico, proprio attraverso quel mirato progetto politico guidato dal regno sabaudo, e condotto sul campo dai tanti valorosi eroi, da Garibaldi a Mazzini, dai Fratelli Bandiera a Menotti, solo per citarne alcuni, ma l’elenco può essere molto più lungo ed articolato.

Possiamo anche affermare, con sicumera certezza, che il sentimento patriottico nella penisola italica è sempre esistito, in modo larvale, e basterebbe citare il sommo poeta Dante Alighieri, quando la definì “nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”, oppure il Machiavelli, quando nel Principe lanciò la famosa “esortazione a pigliare l’Italia e liberarla dalle mani dei barbari”, fino a giungere al “non fia loco ove sorgan barriere / Tra l’Italia e l’Italia, mai più! / L’han giurato: altri forti a quel giuro / Rispondean da fraterne contrade”, di Alessandro Manzoni, per comprendere quanto questo sentimento unitario era più o meno argomento sentito.

Un sentimento che si trasforma, poi, nel Regno d’Italia, dopo i moti risorgimentali, e che si ritrova a convivere, quasi immediatamente, con la dittatura fascista.

Questo è un breve e semplificato excursus storico, sulla natura della nostra unità ritrovata, che non nasce, però da un vero e proprio moto rivoluzionario, stile Rivoluzione Francese; infatti, mentre questa fu una vera e propria ribellione popolare che altri politicamente hanno poi, saputo condurre verso la caduta della monarchia, da noi invece, ciò non accadde: la ribellione fu, infatti, un ideale politico che infiammò, lentamente il popolo italico, ed il neonato Regno unitario fu così fragile che si trovò ad abbracciare l’uomo solo al comando, Mussolini ed il suo partito dei Fasci da combattimento.

Questa è la natura del nostro popolo: accomodarci nel confortevole e sicuro regime che può offrire a noi una certa sicurezza, sia esso il Re, sia esso il Duce, sia esso il leader carismatico di un partito politico, poco conta. È l’uomo solo al comando ciò che sembra rassicurarci.

Inoltre, ed è bene ricordarlo, la dittatura fascista fu un regime totalitario molto atipico.

Il fascismo, infatti, non aveva una propria intrinseca identità filosofica, che, invece, fu costruita strada facendo, e, a ciò basterebbe ricordare che il filosofo del fascismo, Giovanni Gentile, pubblicò il Manifesto degli intellettuali fascisti agli intellettuali di tutte le Nazioni, solo il 21 aprile 1925, quando Mussolini era già al potere da tempo.

Quello che si prefigurava il nuovo regime era di costruire una terza via, alternativa al capitalismo liberale e al comunismo marxista, basata su una visione interclassista, corporativista e totalitaria dello Stato; lo stesso Duce, in una intervista concessa al Sunday Pictorial di Londra, il 12 novembre 1926, affermò che “Il fascismo è un metodo, non un fine; un’autocrazia sulla via della democrazia”.

Un movimento, quindi, che con la forza tenta di imporre una sorta di ricetta salvifica al proprio Paese, contro le degenerazioni politiche, economiche e sociali, che il mondo tutto era costretto comunque, ad affrontare.

Il fascismo, quindi, non aveva una propria ideologia di base, andava oltre i partiti, ritenuti vuoti ed indistinti contenitori, e superava le cosiddette terminologie, ed è lo stesso Duce ad affermarlo in Senato, nel novembre 1922, quando disse che “tutte queste terminologie di destra, di sinistra, di conservatori, di aristocrazia o democrazia, sono vacue terminologie scolastiche. Servono per distinguerci qualche volta o per confonderci, spesso”.

Il fascismo promosse, quindi, la propria identità, improntata su una filosofia assolutistica che prevedeva l’identificazione dell’individuo con lo Stato e la subordinazione dell’individuo allo Stato in tutti gli aspetti della vita, attraverso un controllo delle masse, anche con la violenza, attraverso uno svuotamento di tutti i poteri del Parlamento e della stessa monarchia, e attraverso una massiccia propaganda, che serviva ad infiammare e a distrarre la massa stessa.

È bene inoltre, ricordare che la famigerata dittatura fascista crollò implodendo su se stessa, e che lo stesso Duce fu dimissionato dal Gran Consiglio del Fascismo, nel 1945, con il Re che riprese il potere in mano e fece arrestare lo stesso Mussolini.

Osservando la Storia, notiamo che il dittatore Hitler si suicidò poco prima di cadere in mano alle truppe alleate che stavano liberando Berlino, mentre il popolo tedesco continuava strenuamente a combattere al suo fianco; che il dittatore spagnolo Francisco Franco morì nel 1975, osannato dal suo popolo, nonostante 36 anni di dittatura; che il dittatore greco Metaxas morì di malattia nel 1941, osannato dal suo popolo; che il dittatore Stalin, il compagno che con il suo regime causò più di 60 milioni di morti, morì di malattia nel 1953, osannato dal suo popolo; che il dittatore cileno Augusto Pinochet, conquistò il potere nel 1973, con un golpe militare, e lo abbandonò nel 1990, dopo una consultazione elettorale regolare, nel 1988; che il dittatore albanese Hoxha, lasciò il potere nel 1981, dopo averlo preso nel 1944; e che il dittatore cinese, Mao, prese il potere dopo una guerra civile, nel 1949 e che soltanto la sua morte, nel 1976, pose fine alla dittatura, trasformando la sua figura in un culto.

Questi pochi esempi, per evidenziare come una dittatura trova quasi sempre il suo termine con la morte naturale del dittatore, che nella sua ultima parte inizia pure un percorso di riforme più in senso democratico, oppure attraverso un atto di ribellione del popolo stesso, vessato.

Ma difficilmente si troverà un dittatore che decade perché sfiduciato da un organo politico da lui stesso creato, imprigionato e, poi pure condannato a morte dopo un processo sommario con tanto di vendetta, con il cadavere esposto in modo sacrilego, a piazzale Loreto.

 

La proposta di legge.

 

Ma la storia la scrivono i vincitori, non i vinti e noi italiani, purtroppo con la nostra storia recente non abbiamo ancora fatto i conti.

Altrimenti non si spiegherebbe la proposta di legge dell’onorevole Fiano, depositata in parlamento in questi giorni.

I Padri Costituenti scrivendo la nostra carta costituzionale, già precisarono che nessun partito potesse nascere ispirandosi al fascismo stesso, e costruirono l’architettura della nostra Repubblica con pesi e contrappesi affinché nessun partito da solo potesse poi ritrovarsi padrone dello Stato. Non bastando ciò, Scelba, nel 1952, introdusse una norma che vieta la “riorganizzazione del disciolto partito fascista”, prevedendo il reato di apologia del fascismo; a questa norma si aggiunse, infine, nel 1993, la cosiddetta legge Mancino, che punisce con la reclusione o con una multa chiunque “propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.
Norme che servono a combattere tutti quei rigurgiti di fascismo che possono trovare un certo humus nella nostra società: non solo la nascita di un partito fascista tout court, ma più semplicemente di un partito che si richiami alla sua ideologia politica, o di un partito che predichi l’odio razziale o religioso.

Quindi dov’è la impellente necessità ed urgenza che spinge l’onorevole Fiano a presentare la sua iniziativa parlamentare? E soprattutto, cosa prevede ulteriormente, rispetto alle norme già presenti?

Il disegno di legge Fiano dovrebbe punire “chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità”.

Cioè, dovrebbe punire chi produce, diffonde, distribuisce o detiene gadget con simboli fascisti, dalla classica bottiglia di vino con il volto del Duce, al portachiavi con il fascio littorio, divenuti pericolosi rigurgiti di un passato che non vuol morire; allora si capisce che si sta arrivando all’inverosimile: tanta è la paura di questa nuova fiammata fascista, che si tenta pure di dire all’italiano cosa non può detenere in casa. Forse chi conserva una bottiglia di vino con il truce volto mussoliniano, improvvisamente rappresenta un potenziale pericolo per la nostra Repubblica, perché è un vecchio nostalgico delle camicie nere, un potenziale sobillatore, pronto a ricreare una dittatura già sepolta dalla Storia stessa?

E non si può giustificare tutto ciò con il cappello della santità democratica di un Fiano, figlio di un deportato ebreo ad Auschwitz. Suo padre, e lui stesso, sono preziosi testimoni di un dramma umano nato dalla follia del nazismo e dall’introduzione delle famigerate leggi razziali anche qui in Italia. Ma, appunto, testimoni preziosi di ciò che non dovrebbe più accadere, non i depositari di una verità unica, guida democratica di un popolo rincoglionito che vuol tornare al passato che fu. L’Italiano non ha tutta questa smania, e la nostra Repubblica è già stata messa in salvo, per tempo, da potenziali nuovi duce, che avere un gadget fascista, oppure urlare un “boia chi molla”, altro non rappresenta se non la goliardica superficialità di una parte di un popolo che non ha comunque, nessuna voglia di rimettersi una camicia nera.

Peggio è invece, l’idea quasi nevrotica, che ogni tanto prende possesso della mente dell’onorevole Boldrini, Presidente della Camera dei Deputati, che vede il fascismo dappertutto, a tal punto da volerlo cancellare dai nostri ricordi. E per far ciò dichiara che i monumenti costruiti dal fascismo dovrebbero essere abbattuti. Tanto il famigerato obelisco romano con la scritta Dux, quanto altri monumenti che evocano quel periodo storico. Ma sì, radiamo al suolo Latina, anticamente chiamata Littoria, oppure il quartiere romano EUR, distruggiamo palazzi e piazze che ci possono ricordare il fascismo, e in qualche modo forse, pure ispirarci l’instaurazione di un nuovo regime fascista, chissà; e buttiamo giù il Palazzo della Farnesina, oggi sede del Ministero degli Esteri, costruito dall’architetto fascista Morpurgo per accogliere la sede nazionale del Partito Fascista. Una visione, questa, quasi talebana, della nostra storia, che, neanche tanto vagamente, ricorda gli illuminati rappresentanti del Daesh, che ci hanno mostrato in diretta la distruzione delle statue del Buddha, o quella di Palmira perché non conformi alla loro cultura religiosa.

La Storia la scrivono i vincitori, ma non può essere cancellata, nascosta, mortificata; andrebbe, invece, affrontata serenamente, facendoci i conti una volta e per sempre; con il fascismo e la dittatura che fu, con la guerra civile che ne seguì e che molti continuano a confondere con la lotta di liberazione.

“Siate calmi, non perdete la testa!”, disse Togliatti dopo l’attentato subito nel 1948. Ecco, allora perché perdere la testa oggi??

Raffaele Zoppo

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