VENTICINQUE ANNI FA, L’ATTENTATO A VIA D’AMELIO, DOVE MORÌ BORSELLINO E LA SUA SCORTA. VENTICINQUE ANNI DOPO, MANCA ANCORA LA VERITÀ PIENA SU QUELLA STRAGE


19 luglio 1992 – 19 luglio 2017. Venticinque anni sono passati da quella maledettissima domenica, quando una bomba squarciò il silenzio di una sonnacchiosa Palermo, e, in via D’Amelio, fece saltare in aria la vita del giudice Paolo Borsellino, e degli agenti della sua scorta:Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Solo Antonio Vullo riuscì a scampare all’eccidio.
Venticinque anni di depistaggi, di indagini a vuoto, di processi inutili; venticinque anni di troppi silenzi, di troppi omissis, di troppe zone d’ombra, che hanno inghiottito la verità e la soffocano di bugie.
Venticinque anni che devono ancora scrivere una tra le pagine più nere della nostra storia più recente.
In Sicilia, da sempre c’è la mafia, da sempre è presente sul territorio, lo controlla, con la forza, con la violenza, con antichi codici d’onore. In moltissimi casi supplisce all’assenza dello Stato, e diventa un punto di riferimento per una società smarrita, che inevitabilmente diventa collusa con essa, una coperta che tutto copre, che tace e finge di non vedere, di non sentire, di non capire la tragedia in atto.
Ad un certo punto di questa storia, c’è una rottura, che tutto muta. Il clan dei corleonesi, guidato dal capo dei capi, Totò Riina, decide che è il tempo di evolversi: basta coppole e lupare, basta i piccoli controlli territoriali, per un vivere tutti più tranquilli sotto una cappa protettiva. Bisogna pensare in grande, evolversi, arricchirsi con i traffici illeciti; bisogna spezzare una catena vecchia e logora per far diventare la mafia, quella mafia, una potenza criminale organizzata.
È una lotta feroce, che bagna di sangue la Sicilia, con lo Stato quasi spettatore, finché tutto è derubricato come una guerra interna tra clan.
La ferocia dei corleonesi prende il sopravvento, e cambia il corso di questa storia per sempre.
La nuova mafia di Riina, Cosa Nostra, controllerà non solo il territorio, ma anche tutti i traffici illeciti, dal contrabbando di sigarette fino alla droga, che è molto più remunerativa. Questa mafia inizierà a controllare pure la politica, spostando i voti verso candidati locali che si piegano, per paura, o per avidità, ai loro voleri. Il controllo della politica locale conduce verso gare d’appalto pubbliche ricchissime, truccate per favorire società amiche, società che possano ripulire il denaro sporco dei loro affari illeciti.
Ma questa è una mafia che guarda oltre, che mira in alto, che non si accontenta di restare confinata nella Trinacria. Spostando voti si possono pure portare in parlamento deputati amici, o comunque affini al sentire mafioso, un utile investimento per controllare l’azione di governo, laddove lo Stato inizi ad alzare la testa per ribellarsi al giogo mafioso.
Ma fare affari illeciti significa pure sbarcare in America, entrare in affari con i Gambino, con la mafia locale americana in giacca e cravatta, quella pulita che non usa lupare per dominare, ma il potere.
E come ogni storia che si meriti, anche in questa c’è un eroe buono, anzi ci sono eroi buoni e martiri della legalità.
C’era il poliziotto Boris Giuliano, che aveva iniziato ad indagare su Cosa Nostra e sui traffici illeciti tra la Sicilia e New York, con metodi più innovativi ed efficaci, morto ammazzato con 7 colpi di pistola, in un caldo luglio del 1979; c’era l’ufficiale dei Carabinieri Emanuele Basile, che stava indagando sulla morte di Giuliano, e per questo ammazzato da un colpo di pistola a Monreale, nel maggio 1980; c’era l’ufficiale dei Carabinieri Mario D’Aleo, che prese il posto di Basile, e come lui, morì in un agguato di mafia, a Palermo, nel giugno 1983.
C’era il magistrato Gaetano Costa, che fu tra i primi ad indagare seriamente su Cosa Nostra, e morì ammazzato con tre colpi di pistola, a Palermo, mentre solitario passeggiava, in un caldo agosto del 1980; c’era il magistrato Rocco Chinnici, che proseguì il lavoro del dottor Costa, intuendo che Cosa Nostra non può essere combattuta con uomini soli, ma solo attraverso un vero pool antimafia; anche lui fu ucciso dalla nuova mafia corleonese, ma non più a colpi di pistola, bensì utilizzando il famigerato tritolo, che brillò a Palermo, in un afoso luglio 1983, mentre il giudice stava rientrando a casa. È la mafia che alza la voce contro lo Stato disobbediente ai suoi voleri, e lo fa nel modo più spettacolare e devastante possibile.
Di quel pool fecero parte Chinnici, appunto, e successivamente Caponnetto, e giovani e brillanti magistrati, tra i quali Falcone e Borsellino.
Il successo investigativo di quel pool fu il maxiprocesso, con più di 400 imputati per reati che vanno dall’associazione mafiosa all’estorsione, dal traffico di stupefacenti agli omicidi, e conclusosi con pesanti condanne: 19 ergastoli e pene detentive per un totale di 2665 anni di reclusione, quasi tutte confermate dalla Cassazione.
Un cazzotto in faccia alla mafia corleonese fu questo, un affronto che lo Stato legale pagò con la morte di Falcone, nel maggio 1992, saltando in aria con sua moglie e la sua scorta sull’Autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi con Palermo, e cinquantasette giorni dopo, con l’attentato a via D’Amelio, in cui perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta.
“Il giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io ero rimasto alla guida, stavo facendo manovra, stavo parcheggiando l’auto che era alla testa del corteo. Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l’inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto”. Questa fu la testimonianza del sopravvissuto Antonio Vullo.
Falcone, Borsellino e tutto il pool avevano portato la mafia alla sbarra, finalmente come una organizzazione criminale organica, e consegnato alle patrie galere mafiosi con pesanti condanne da scontare. Il tassello mancante era il legame tra mafia e politica, tra mafia e pezzi dello Stato, magistrati, politici, ufficiali dell’arma e poliziotti che avevano trattato con essa per ottenere una pax sociale in cambio di pene detentive leggere e quasi nulle, che non si ottennero però con quel maxiprocesso.
Borsellino su questo stava indagando quando fu ucciso.
E troppi misteri avvolsero la sua morte. Perché, note le abitudini del magistrato, che ogni domenica andava a trovare la madre residente in via D’Amelio, una via strettissima senza vie di fuga, e sapendo della condanna a morte sentenziata dalla stessa Cosa Nostra, non si è provveduto ad un rafforzamento delle misure di sicurezza per il giudice? Perché non si è dato atto ad una richiesta ufficiale che chiedeva il divieto assoluto di parcheggio lungo via D’Amelio?
Perché, per venticinque anni si è dato vita ad un processo farsa, con presunti pentiti, che erano poco più che delinquenti di strada anziché uomini d’onore? Furono, infatti, le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, ex mafioso di Brancaccio, nel giugno 2008, a smontare tutto il castello indiziario fin qui costruito e a dar vita a nuove indagini, e ad un nuovo processo, il Borsellino quater; e gli stessi presunti pentiti d’inizio indagine, denunciarono abusi, violenze e coercizioni da parte degli inquirenti, affinché sostenessero dichiarazioni seguendo un preciso copione. Perché questi depistaggi? Perché distrarre le indagini verso persone comunque innocenti, per lo specifico caso?
E poi, quanti e quali misteri nasconde la misteriosa agenda rossa che sparì un attimo dopo l’attentato al giudice Borsellino?
Infatti, dopo la strage, dopo lo scoppio della bomba, quella strada presentò più uno scenario di guerra che un classico attentato, ma nessuno pensò bene di delimitare l’area, nessuno pensò bene di impedire che la scena del crimine venisse inquinata, perdendo così, preziose tracce.
Troppe persone entrarono ed uscirono lungo via D’Amelio, senza alcun apparente motivo, nascosti dalla confusione generata dall’attentato.
E dalla borsa ventiquattrore del giudice Borsellino sparì la famosa agenda rossa, sulla quale egli aveva annotato moltissime cose in quei cinquantasette giorni trascorsi dalla morte del dottor Falcone. Un’agenda che portava sempre con sé, e che misteriosamente scompare.
Qualcuno in quei concitati momenti aprì l’auto blindata di Borsellino e portò via con sé la ventiquattrore, rimasta intatta nonostante lo scoppio dinamitardo; ci sono foto e fotogrammi che lo testimoniano. Poi la borsa, miracolosamente, ricompare leggermente bruciacchiata, nella medesima auto blindata, e tradotta presso la squadra mobile di Palermo, dove rimase per quattro mesi prima di essere aperta, ma della famosa agenda nessuna traccia.
Perché il giudice Ayala, accorso immediatamente sul luogo dell’attentato, fornisce, negli anni, quattro versioni differenti su ciò che successe circa la famosissima borsa, discordanti con quelle del colonnello Arcangioli, filmato in borghese, mentre si allontana dalla scena della strage con la borsa in questione?
E poi, ci sono mandanti occulti dietro l’attentato di via D’Amelio? Ci sono uomini delle istituzioni che temevano per le indagini che lo stesso Borsellino stava compiendo per smascherare i legami tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato?
E qui si entra in un altro processo, che sta divenendo una farsa, quello palermitano sulla cosiddetta trattativa mafia-Stato.
Un processo che si basa sulle rivelazioni del pentito Brusca, che sembra ricordare sempre meglio, man mano che passano gli anni. Che venga imbeccato da qualcuno? Oppure va dove lo porta il vento delle indagini e gli umori degli inquirenti? Chissà…
Un processo che si basa anche sulla testimonianza di Massimo Ciancimino, figlio del corleonese Vito Ciancimino, ex uomo della DC, ex sindaco di Palermo, e acclarato uomo politico colluso con Cosa Nostra.
Ciancimino, in questo processo, ricostruisce tutti gli incontri fra i carabinieri e suo padre: segmenti di una trattativa tra la mafia e lo Stato? E, poi, nello stesso processo, Ciancimino è accusato di calunnia per aver falsificato un documento sull’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Vito Ciancimino è un valido testimone oppure è pilotato?
E quando lo Stato sarà finalmente capace di scacciare via i suoi demoni e di fare chiarezza su quegli anni oscuri, in cui la più feroce criminalità andava a braccetto con pezzi della politica e con pezzi delle nostre istituzioni?
Perché questa pulizia etica e morale, questo recupero della verginità perduta, questo recupero di un profondo e più saldo senso della legalità, lo dobbiamo a tutti gli eroi di questa brutta storia, a tutti i martiri che hanno versato il loro sangue affinché la società stessa rompa il giogo culturale e criminale mafioso e lo Stato si riprenda il suo territorio. E dopo venticinque anni, è giunta l’ora che le verità emergano finalmente. Lo dobbiamo a Falcone, a Borsellino e a tutti quelli che hanno dato la propria vita in questa lotta.

Raffaele Zoppo

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