MAFIA CAPITALE. CON LA SENTENZA DI PRIMO GRADO, A ROMA, NEL MONDO DI MEZZO DI BUZZI E CARMINATI C’È PUZZA DI CRIMINALITÀ MA NON C’È ODORE DI MAFIA


Con la sentenza emessa ieri, dalla X sezione penale del Tribunale di Roma, si chiude il processo di primo grado sull’inchiesta Mondo di mezzo, che tra il 2014 ed il 2015 ha terremotato il mondo della politica e dell’amministrazione pubblica sia capitolina che regionale scoprendo una spaventosa realtà che puzza di malaffare, corruzione e criminalità.

Appunto criminalità, pure un tantino organizzata, ma non è mafia, almeno per i giudici della X sezione penale del Tribunale di Roma.

E cade così il nerbo principale che aveva sconquassato i palazzi romani e affascinato i tanti creativi di storytelling: l’associazione mafiosa.

Mafia Capitale non è più mafia; magari possiamo chiamarla Criminalità Capitale, oppure Delinquenza Capitale, ma, per i giudici, non ci sono dubbi: la cricca messa in piedi da Buzzi & Carminati, dal rosso e dal nero, è un’associazione a delinquere classica senza sfumature mafiose.

Tutto ciò ha deluso sicuramente sia i pubblici ministeri che il procuratore capo Giuseppe Pignatone, che avevano puntato molto sull’aggravante mafiosa nella condanna degli imputati, tanto da chiamare la stessa indagine “mafia Capitale”.

Ma, appunto, a Roma la mafia, almeno in questo caso non è presente. D’altra parte, se ogni associazione a delinquere è mafia, si rischia di perdere, poi, il concetto stesso di mafia, ossia se tutto è mafia, alla fin fine nulla è mafia.

La legge parla chiaro: per l’associazione di tipo mafioso, che nella fattispecie si richiama all’art. 416 bis del c.p., ci deve essere una organizzazione stretta tra affiliati, con un vincolo associativo molto forte, che tende a realizzare un progetto criminoso attraverso la forza violenta e intimidatrice da cui derivano poi, condizioni di soggezione e di omertà per chi subisce i crimini degli affiliati.

Ora qui c’è un progetto criminoso, ma mancano gli affiliati, le cosche, i legami stretti da vincoli. Carminati, in un’intercettazione parla di mondo di mezzo, una sorta di zona grigia che lega il mondo di sopra, dove ci sono i politici, gli imprenditori, i dipendenti pubblici, ed il mondo di sotto, fatto di criminalità, di usura. Buzzi è la faccia pulita del mondo di sopra, Carminati è la faccia sporca del mondo di sotto, insieme creano una vasta rete di contatti utili a raggiungere il loro fine criminoso, creando il mondo di mezzo. E due persone legandosi non formano una cosca, ma al massimo una coppia criminale!

Poi manca pure il metodo coercitivo per raggiungere il fine criminoso: non c’è violenza fisica, non c’è violenza psicologica, non c’è un sistema omertoso.

Chiunque ha partecipato al mondo di mezzo lo ha fatto perché aveva trovato il proprio tornaconto personale, soldi in cambio di favori e piaceri. Nessuno è stato costretto ad agire secondo il volere del duo criminale, e lo dice lo stesso Buzzi in un’altra intercettazione, quando afferma che i dirigenti amministrativi che accettano di partecipare alle spartizioni sono i benvenuti, altrimenti si trova poi un metodo per rimuoverli dal loro incarico.

Beh, francamente la violenza coercitiva qui è veramente fantasiosa.

E infatti, in sentenza, decade pure l’aggravante del metodo mafioso, perché appunto non c’è coercizione, non c’è intimidazione, non c’è neppure il favoreggiamento di clan mafiosi.

E lo dice bene la Presidente della decima sezione, Rosanna Ianniello, quando, leggendo la sentenza, afferma che sono “riqualificati i reati di cui al capo primo ai sensi dell’articolo 416 Codice penale”. La cricca è un’associazione criminale e basta, senza bandiere mafiose.

Un’associazione che ha subìto pene pesantissime, in alcuni casi anche maggiori rispetto a quelle chieste dalla stessa Procura, proprio a sottolineare la gravità dei reati commessi, a maggior ragione da chi, rivestendo un ruolo pubblico, doveva svolgere il proprio ruolo con disciplina e onore, come sancisce la nostra Costituzione.

Semplificando al massimo l’inchiesta Mondo di mezzo, troviamo quindi Massimo Carminati, un rigurgito della criminalità organizzata romana, che si occupava di appalti truccati, di ricche commesse pubbliche, sfruttando i suoi canali politici legati all’area di destra, e nel fatto specifico il consigliere comunale Tredicine, mister preferenze, ed il consigliere regionale Gramazio; Buzzi, invece, si occupava, grazie alle sue cooperative, della gestione degli immigrati, che, come ha affermato lui stesso, rendevano più della droga, sfruttando i suoi contatti politici nell’area della sinistra, sia comunale, come Mirko Coratti, che regionale, e soprattutto Odevaine, che politico non è, ma che ha fatto parte del Gabinetto del Sindaco Veltroni, e da sempre istituzionalmente si è occupato dell’emergenza degli immigrati, garantendo così le migliori soluzioni al problema, mettendo in contatto le cooperative di Buzzi con le prefetture.

D’altra parte il Buzzi affermava che lo Stato era una mucca da mungere, e grazie ai favori di funzionari corrotti, riuscivano a spremerla al massimo, ricavando montagne di denaro pubblico, che in buona sostanza venivano anche utilizzati per ungere il complesso sistema corruttivo.

Avere a libro paga politici di destra e di sinistra, corrompere funzionari amministrativi, garantiva al duo criminale di poter muovere le pedine della politica capitolina verso i loro interessi, e di poter godere, in un regime perennemente di emergenza, di ricche commesse e proficui appalti bypassando gare pubbliche, oppure truccandole.

I reati commessi dal variegato Mondo di Mezzo sono la corruzione, la turbativa d’asta, le false fatturazioni, il riciclaggio di denaro ed il trasferimento fraudolento di valori.

Un mondo dove il capo dei capi è Massimo Carminati, Er Cecato, ex camerata, ex appartenente alla banda della Magliana, dove poi un po’ tutti i criminali romani, in qualche modo, si sono ritrovati, in combutta con Buzzi, l’uomo delle cooperative. Il duo criminale non aveva bisogno di tirapugni, di lupare, di tritolo o vendette trasversali per dominare la Capitale, ma bastava semplicemente pagare, corrompendo un po’ tutti, i politici, di destra come di sinistra, per condurre l’azione amministrativa verso i loro interessi, e alcuni funzionari pubblici affinché giocassero poi, bene le carte degli appalti pubblici.

I picciotti di questo fantasioso clan mafioso sono ladri, ladruncoli, millantatori, politicanti, funzionari corrotti e cialtroni, mafiosi all’amatriciana, appunto, piuttosto che alla siciliana.

Un sottobosco di criminali e corrotti vari che avevano trovato il modo buono per arricchirsi alle spalle delle Istituzioni pubbliche, perseguendo semplicemente i loro personalissimi interessi.

Il processo, nel suo primo grado, ha tolto la stupefacente aurea mafiosa che dava un maggiore risalto a tutta l’inchiesta, riducendo il tutto ad una brutta storia di basso impero, utile forse, per scriverci l’ennesimo avvincente romanzo criminale, senza scomodare, però, l’antimafia.

Roma è una città come le altre, che pullula di svariate associazioni per delinquere, interessate anche alle risorse pubbliche, che sono forse pure scarsine, rispetto ai bei tempi andati, ma restano comunque sempre appetite dai piccoli, medi e grandi interessi di qualche furbastro, delinquente o criminale.

Ma Roma non è una città comune, è la Capitale d’Italia, e allora, la criminalità comune, i cravattari, come vengono chiamati a Roma gli strozzini, diventa mafia, una sorta nuova Cosa Nostra in salsa cacio e pepe, originale nei metodi, atipica nella sua gestione del potere, unica nel suo genere. Peccato che a Roma l’unica Cupola è quella di San Pietro, peccato che da Roma, Corleone dista mille miglia e pure oltre, peccato che non basta usare un po’ di fantasia giudiziaria per descrivere un crimine comune, come la corruzione, colorandola di mafia; basterebbe, invece, più semplicemente leggere i fatti così come sono, e fidatevi, già così, pure senza il timbro della mafia, questi fanno veramente paura.

 

Raffaele Zoppo

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