LA VICENDA DI ATAC, IL SERVIZIO DI TRASPORTI PUBBLICO CAPITOLINO: IL DG ROTA SE NE VA, POLEMICAMENTE, LA RAGGI ATTACCA TUTTI SU FACEBOOK, L’AZIENDA È PROSSIMA AL FALLIMENTO, E IL CITTADINO CHE FA?? SI ATTACCA ALL’AUTOBUS!


“Buoni a nulla, ma capaci di tutto”, sentenziò Leo Longanesi, riferendosi all’Italia, e agli Italiani, un popolo cialtrone, governato da cialtroni.

Il peggio è quando alla cialtroneria si somma l’arroganza e la supponenza. Allora hai il prototipo del pessimo amministratore, quello che crede di avere sempre la migliore soluzione in tasca, quello che pensa di saperne sempre più di tutti, pur non conoscendo nello specifico alcuna materia d’argomento, quello che reputa se stesso l’unico in grado di risolvere da solo ogni problema, perché più capace rispetto a tutti gli altri.

Roma, in questo momento, sta diventando la capitale della cialtroneria, la sede del cafonal chic (copyright dagospia). Una città, la Capitale d’Italia, che naufraga in un mare di melma, che affonda tra problemi vecchi come Matusalemme, che si trascina stanca e decadente come una vecchia prostituta che ha ancora qualcosa da raccontare, pur sapendo che i bei tempi sono ormai andati, per sempre; e in questo mare, chi è deputato a governarla, chi si è assunto l’onere di amministrarla, presentandosi alle recenti elezioni amministrative con la saccenteria di avere una soluzione a tutti i problemi in essere, non può perdere un anno amministrativo passandolo tra polemiche, accuse sterili, attacchi e contrattacchi, minacce di querele, lotte intestine per un briciolo di visibilità sulla carta stampata, senza produrre alcunché, se non una montagna di chiacchiere inutili.

Roma ha tantissimi problemi da risolvere, e ci vorrebbe un profilo basso e pedalare, non l’altezzoso disdegno ad ogni critica mossa. Non si potranno risolvere tutti i problemi, ma almeno, tentare di iniziare a fare qualcosa di buono, forse, al termine dei cinque anni amministrativi, qualcosa produrrà; magari ci saranno sempre una montagna di problemi da risolvere, ma meno uno, che si è già risolto. E questo può essere già un bene.

Prendiamo l’ultima vicenda: il servizio di trasporto pubblico romano. Che sia più prossimo a quello di una città da terzo mondo, che ad una Capitale europea, non è certo una novità d’oggi; che il tessuto urbano romano sia più complesso di quello di una città, come può essere Milano, è di per sé già fin troppo evidente, per cui il paragone non regge.

Ma se passiamo il tempo in quisquilie tra le ragioni del Sindaco e quelle del Direttore Generale, chiamato dalla stessa Sindaco, da Milano, e messo poi, nelle condizioni di non lavorare, tant’è che se ne va sbattendo la porta, se passiamo il tempo a sentire le ragioni dell’assessore ai trasporti, quello alla riorganizzazione delle partecipate, quello al bilancio, a cui si aggiunge pure il presidente della commissione trasporti, del consiglio comunale capitolino, allora avremmo ciò che appare oggi: un pollaio dove starnazzano prime donne, che tirano fuori idee e propositi senza alcuna concertazione, ma litigando così, tra loro, aumentano solo la confusione, in un caos già esistente.

La situazione attuale.

La situazione ATAC è oggi, complessa, complicata, prossima al fallimento. È inutile girarci intorno, né cercare edulcorate parole per descriverla. Va guardata in faccia la realtà.

L’ex DG Rota, chiamato dalla stessa Sindaco, prelevato dall’azienda di trasporti milanese ATM, qualche giorno fa ha parlato di “una situazione dell’azienda assai pesantemente compromessa e minata, in ogni possibilità di rilancio organizzativo e industriale, da un debito enorme accumulato negli anni scorsi”.

Rota, ha parlato di soluzioni tampone, che dovrebbe affrontare il Comune stesso, per proseguire nell’ordinaria amministrazione, ma che tale soluzione non può essere protratta, però all’infinito, che mancano risorse non solo per fare investimenti aziendali, ma addirittura i soldi per la manutenzione degli stessi mezzi di trasporto, visto che i fornitori non concedono più crediti, ma anzi, vogliono riscuotere ciò che gli è già dovuto; a tutto ciò Rota fa notare pure l’assenza di “un sistema di controllo sulle regole che, però ci sono ma che da tempo nessuno rispetta, per cui ognuno fa ciò che gli pare”.

La soluzione proposta da lui, e già presente sul tavolo del Sindaco, è la ristrutturazione del debito, attraverso gli strumenti forniti dalla legge.

Le dichiarazioni dure di Rota, non hanno spinto la Sindaco ad appoggiarlo, ma anzi hanno portato solamente nuove inutili polemiche a mezzo Facebook, spingendo lo stesso DG a sbattere la porta e andarsene. Forse tutto ciò toglie di mezzo una persona scomoda ai mammasantissima capitolini, ma non elimina il problema, che è divenuto tragedia.

Chiunque a Roma, è in qualche modo, costretto a prendere i mezzi, sa già qual’è la situazione di ATAC, senza dover ascoltare il grido d’allarme dell’ex DG: autobus perennemente in ritardo, corse che improvvisamente saltano, mezzi per lo più fatiscenti e sporchi; questa è la triste realtà che si evidenzia, ma il dramma è sotto ciò che appare ai nostri occhi.

E sono i numeri a dircelo.

L’ATAC è un’azienda che ha “un debito di 1.350 milioni”, un’azienda che in questi anni “non ha investito e ha accumulato perdite su perdite, con debiti fatti via via per coprire le perdite di gestione, non per finanziare investimenti”, un’azienda che “ha 325 milioni di debito commerciale”, per cui nessuno fa più credito, ma pretendono (e a ragione) i pagamenti delle fatture già emesse, un’azienda che ha parco mezzi vecchio, con “una vita media di oltre 11 anni, con una parte di mezzi molto più vecchi”.

L’azienda ATAC è “in stato di dissesto conclamato”, e da qui non si scappa, i numeri rendono chiara ancor di più la gravità della situazione.

Visto che il bilancio 2017 non è stato ancora presentato, spulciando quello del 2016, è evidente che esso si è chiuso con un passivo per oltre 60 milioni. E questo non è un bene.

ATAC ha circa 12mila dipendenti, e 2mila autobus in gestione, un’azienda, per dimensioni, elefantiaca, eppure fornisce un servizio scadente. Perché?

Andrebbe chiesto al Comune di Roma, che è socio unico dell’azienda; andrebbe chiesto al suo Amministratore Unico, dott. Fantasia, oppure ai suoi undici dirigenti, dei quali l’unico a parlare è stato proprio l’ex DG Rota.

Quel che è certo è che se una società non ha i soldi per fare investimenti è una società morta; quel che è certo è che se una società non è in grado di valorizzare il proprio parco bus, è una società morta; quel che è certo è che se una società non è in grado di pagare i propri debiti, è una società che sta fallendo; quel che è certo è che se una società incassa poco dalla biglietteria, e metà del suo guadagno se ne va per stipendi e TFR, è una società che ha poche prospettive di sopravvivenza; quel che è certo è che se in una società a comandare non sono i vertici ma i dipendenti, che attraverso le proprie organizzazioni sindacali, gestiscono anarchicamente il servizio pubblico, senza alcun reale controllo, ma godendo di ogni benefit a proprio piacimento, beh, questa è una società che non può andare troppo lontano.

Questi sono i reali problemi di ATAC: bilanci in rosso, perché nessuno ha mai iniziato a ristrutturare il debito pregresso; una società che non riesce a garantire un servizio minimo decente, per via di autobus vecchi, che necessitano di continue manutenzioni, che non possono essere effettuate perché mancano i soldi per acquistare i ricambi necessari; ma soprattutto, una società pubblica che la politica, indistintamente, ha sempre utilizzato come serbatoio di voti e consensi, con continue assunzioni indiscriminate, senza varare mai, un serio controllo dell’operatività dei dipendenti, per non incorrere, poi, in proteste sindacali che minerebbero il consenso elettorale acquisito.

Cosa fare?

Non ci mettiamo certamente a fare i dirigenti, non ne abbiamo le competenze, e se poi, non si conoscono fino in fondo i bilanci, difficilmente possiamo intuire dove e come mettere le mani.

Ma, da profani, possiamo evidenziare alcune cose molto interessanti.

1) ATAC fu fondata nel 1909 (si chiamava ATM), e nacque su iniziativa del sindaco Ernesto Nathan; divenne ATAC nel 1944. Nel 1960 vantava una efficiente rete di tram, di 140 km. mentre oggi ne conta più o meno 31 km. Ecco il primo errore strategico: smontare una rete tranviaria per creare un servizio su gomma. Perché? Il traffico romano è già di per sé caotico, e potenziare la linea tramviaria certamente poteva produrre dei notevoli benefici in termini di tempistiche e sotto il profilo dell’inquinamento.

2) Nel 2010, la Giunta Alemanno ingloba in ATAC anche l’azienda Me.tro, che gestiva le due linee metropolitane. Ciò ha prodotto una società nuova che mette insieme i già pesanti debiti di entrambe le società, creando una struttura elefantiaca ma fragile, che fa capo ad un solo azionista, il Comune di Roma, che ha i suoi guai di bilancio, per far fronte pure ai debiti della sua azienda pubblica. Perché questa scelta? E perché della meravigliosa metro C, la terza linea metropolitana ancora in fase di completamento, si è giunti al 2017, senza essere ancora ultimata, quando, invece, doveva essere terminata nel 2000, con fondi straordinari per il Giubileo?

3) Circa dodicimila dipendenti dovrebbero comunque garantire un servizio più o meno decente, eppure ciò non accade. Chi controlla l’elevato numero degli assenteisti? Chi controlla che il piano ore venga rispettato, che i permessi per malattia siano giustificati? Appare più che evidente, in ATAC, che il potere lo detengano i dipendenti: essi sono responsabili del mezzo che esce dal deposito, per cui, se per ipotesi, notano un malfunzionamento, sono tenuti a riportarlo in deposito, facendo saltare la corsa. È evidente, che in assenza di controlli chiari, i dipendenti potrebbero mettere in serie difficoltà il Comune, facendo saltare molteplici corse, creando rabbia nei cittadini in attesa di un bus che non arriva, solo per punire un’amministrazione che non li ha accontentati.

Ora, Roma è una città che si è allargata a macchia d’olio, allontanando sempre più la sua periferia dal centro storico, con un traffico impazzito, che crea notevoli disagi. È evidente, che anche il servizio trasporto pubblico risente di questi problemi, e non può essere ATAC stessa che dovrebbe risolverli. Ma in assenza di un piano efficiente di gestione del traffico cittadino, cosa si dovrebbe fare per rendere ATAC un servizio pubblico migliore?

1) Innanzitutto, si dovrebbe partire dalla stessa struttura societaria. ATAC così è destinata al fallimento. Un’idea potrebbe essere quella di spacchettare la stessa società: una bad company che rileva tutti i debiti di ATAC, che rimane in capo al Comune, che dovrà, poi, impegnarsi per la loro ristrutturazione, ed una good company, che privata del debito pregresso può essere molto più appetibile sul mercato. La nuova ATAC ripulita dovrà cercare un investitore privato, a cui il Comune di Roma cederà almeno un 40% delle proprie quote. Questo garantirà comunque lo stesso Comune come azionista di maggioranza, mantenendo la prevalenza pubblica. Di contro, il privato apporterà alla nuova azienda investimenti, liquidità e soprattutto il proprio know-how, utile a rilanciare il sistema trasporti romano.

2) Questa nuova società ATAC, al suo interno avrà tre società: una per il trasporto in superficie, una per la gestione delle linee metropolitane, una per il servizio tramviario. Tre settori strategici che devono presentare gestioni differenti fra loro, devono presentare piani di investimento differenti fra loro, e che spartendosi i 12mila circa dipendenti già presenti, riuscirebbero a gestirli più semplicemente.

3) Poiché Roma ha una superficie molto estesa, è inutile far percorrere chilometri ai bus, che perdendosi nel traffico cittadino, accumulano eccessivi ritardi. Roma andrebbe suddivisa per quadranti, all’interno dei quali si tracciano le nuove linee di servizio trasporto cittadino. Linee più veloci, più brevi, più frequenti. Queste linee dovrebbero collegarsi facilmente ad una fermata metro, o ad un capolinea principale, così da consentire facilmente di raggiungere il centro storico in un tempo certo, consentendo così, un maggiore vantaggio nell’utilizzare il mezzo pubblico piuttosto che il proprio mezzo privato.

4) Un piano d’investimenti coraggioso e corposo. Rinnovando il parco vetture, innanzitutto, privilegiando l’utilizzo di bus elettrici, a metano, o a basso inquinamento; potenziando la linea tranviaria, creando nuove linee, soprattutto nei quadranti più periferici, ad esempio; rinnovando e potenziando il servizio del trasporto metropolitano, con mezzi nuovi, completando la terza linea e magari rinnovando anche le stesse stazioni, magari affidando i progetti a importanti architetti, oppure, perché no, coinvolgendo le facoltà di architettura delle università mondiali, attraverso appositi bandi di concorso, per dare un tocco più internazionale e di prestigio alla Capitale d’Italia.

5) Un diverso e migliore sistema di biglietteria, certamente più funzionale, proprio per evitare i tanti, troppi fruitori del servizio di trasporto pubblico che viaggiano gratis, anche istituendo la mitica figura del bigliettaio in vettura, che funge da venditore di biglietti e da controllore. Perché solo così possono aumentare gli introiti per le casse dell’ATAC, soldi utili per mantenere un processo aziendale virtuoso.

Queste sono solo alcune proposte logiche e di buon senso che possono essere messe sul tavolo. Certamente altri, che hanno maggiore cognizione di causa e utili strumenti di azione, potranno meglio approfondire queste idee e avanzare altre, migliori, per il bene di una città che è la Capitale d’Italia, e prezioso luogo di memorie storiche, che merita di avere un servizio di trasporti efficiente, pratico e decoroso.

Per il momento non ci resta che assistere impotenti alle battute velate di minacce su Facebook dei diretti interessati, allo starnazzare dei troppi galli presenti nel pollaio, e attendere pazientemente sotto una pensilina gialla, il passaggio del nostro mezzo pubblico,

che ovviamente sarà in ritardo, stracolmo di persone e, sfiga ultima, magari pure con l’aria condizionata fuori uso.

Ma tanto va bene lo stesso, basta che ci porti a destinazione, no?!? Perché ATAC non è, comunque, l’acronimo di “Arrivi Tardi A Casa”??

Raffaele Zoppo

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