IL RICORDO DI CARLO ALBERTO DALLA CHIESA, IL PREFETTO DI FERRO, E QUEI SUOI CENTO GIORNI A PALERMO, TRENTACINQUE ANNI DOPO


3 settembre 1982. Trentacinque anni fa, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa fu assassinato dalla mafia, in un agguato a Palermo, in via Carini.

Fu inviato dallo Stato come prefetto, per combattere la mafia; in realtà, fu mandato al massacro, immolato sull’altare di una lotta che, allora, lo Stato non aveva il coraggio di combattere né di sostenere.

Uomo solo contro la criminalità organizzata, in una Palermo, in una Sicilia che vedeva l’ascesa violenta dei corleonesi, un prefetto mandato al massacro, in attesa di quei poteri speciali che mai arriveranno.

Ma Carlo Alberto della Chiesa era un generale, un uomo di Stato, un uomo tutto d’un pezzo, un uomo che nelle battaglie non si è mai tirato indietro, raggiungendo risultati eccellenti e pagando con la vita questa sua rettitudine.

Lui, nato a Saluzzo, scelse, già nel 1949, di operare a Corleone, negli anni in cui i clan mafiosi si stavano riorganizzando. Indagherà su 74 omicidi, tra i quali quello del sindacalista Placido Rizzotto, individuando in Luciano Liggio il responsabile dell’omicidio.

Ritornerà in Sicilia, dal ‘66 al ‘73, a Palermo, con il grado di colonnello, e qui segnerà altri successi, come l’arresto di boss eccellenti, ma seguirà anche indagini delicate, come quella della scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, collaborando con il capo della Polizia, Boris Giuliano, anche egli, poi assassinato dalla mafia.

Nel ‘74, fu di nuovo chiamato al nord Italia, per combattere il fenomeno del terrorismo, che in quegli anni stava mettendo in ginocchio le istituzioni; selezionò una decina di ufficiali dell’arma, ed organizzò la prima struttura antiterrorismo, con base a Torino.

Indagini serrate, spionaggio e azioni di infiltrazione furono i metodi che scelse e con i quali raccolse enormi successi, grazie ai poteri speciali che ottenne; fu, infatti, nominato Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta al terrorismo, una sorta di reparto speciale del Ministero degli Interni, creato appositamente per contrastare la lotta armata delle BR.

Tra le indagini più delicate che affrontò il generale dalla Chiesa ci fu quella che riguardava l’assassinio dello statista Aldo Moro, portata al successo, con l’arresto degli esecutori materiali degli omicidi del politico democristiano e della sua scorta.

Il 1982 fu un’altra data importante nella storia del generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Infatti, nell’aprile di quell’anno scrisse al Presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini: “La corrente democristiana siciliana facente capo ad Andreotti sarebbe stata la ‘famiglia politica’ più inquinata da contaminazioni mafiose”.

Un mese dopo, la risposta delle istituzioni: fu inviato a Palermo come prefetto, con la promessa di avere poteri speciali, come già li ebbe nella lotta al terrorismo.

In realtà, iniziò il countdown finale della sua esistenza: gli ultimi suoi cento giorni, vissuti a Palermo, in lotta contro la mafia.

Il metodo che portò con sé fu lo stesso applicato contro le BR, indagini serrate e pentiti, che, nel fenomeno mafioso, fatto di codici d’onore, è cosa inusuale e che divennero, poi, fondamentali nelle future indagini condotte dal magistrato Falcone, altro martire nella lotta alla mafia.

La criminalità organizzata palermitana capì immediatamente che quel prefetto di ferro era tenace e determinato a compiere il suo dovere, senza alcun timore o paura. Bastarono quei cento giorni alla mafia per capire che la lotta senza quartiere del prefetto di ferro era senza santi in paradiso, tant’è che lo stesso dalla Chiesa si lamentò in diverse interviste di sentirsi poco supportato dallo Stato in questa battaglia, chiedendo invano, quei poteri speciali utili a combattere più efficacemente la criminalità organizzata siciliana.

E, invece, fino all’ultimo giorno avrà “gli stessi poteri del prefetto di Forlì”, come dirà lui stesso più volte, convivendo in un clima pesante di diffidenza e di sostanziale isolamento, lo stesso che vivrà pure Giovanni Falcone.

I corleonesi, guidati da Totò Riina, stavano combattendo la loro scalata al vertice della cupola mafiosa, e quel generale, con le sue indagini serrate, poteva essere un ostacolo; per questo decisero di eliminarlo.

La sera del 3 settembre 1982, il prefetto era in macchina con la sua seconda moglie Emanuela Setti Carraro, li seguiva l’auto della scorta guidata dall’agente Domenico Russo.

Furono circondati da un commando mafioso a bordo di macchine e moto, che crivellarono di colpi entrambe le auto con Kalashnikov AK 47. Un commando ben organizzato, con modalità più ‘militari’ che mafiose, un piano dettagliatamente perfetto, e armi da guerra per eliminare il generale, divenuto un bersaglio.

«Carlo Alberto dalla Chiesa lo abbiamo ucciso tutti quanti noi indicandolo come l’unico che poteva combattere il terrorismo, come l’unico che poteva combattere la mafia. Ne abbiamo fatto un bersaglio cui qualcuno poi ha sparato», furono le parole rilasciate da Leonardo Sciascia, qualche giorno dopo l’attentato, in un’intervista al Corriere della Sera.

Ma c’è qualcosa che a distanza di trentacinque anni ancora non torna: i documenti che sparirono dalla borsa che il generale aveva con sé in macchina, e la cassaforte, a casa sua, trovata improvvisamente vuota, è un triste cliché dei delitti eccellenti di mafia; ci sono sempre preziosi documenti che vengono portati via, poco dopo il delitto, quando il cadavere è ancora caldo, successe pure con Falcone e con Borsellino, e la sua famosa agenda rossa che sparì nel nulla. E, poi, le modalità dell’attentato, più militaresche che da mafiosi. E ci sono state anche intercettazioni che dovrebbero porci qualche riflessione.

Infatti, in un dialogo intercettato tra Giuseppe Guttadauro, medico e capomandamento di Brancaccio, e Salvatore Aragona, altro medico vicino ai boss, si parla apertamente di un favore fatto a qualcuno. “Salvatore… – diceva Guttadauro – ma tu partici dall’ottantadue, invece… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a dalla Chiesa… andiamo parliamo chiaro…”. Rispose Aragona: “E che perché glielo dovevamo fare qua questo favore… Ma perché noi dobbiamo sempre pagare le cose…”.

È possibile che sulla morte del generale ci sia stata la convergenza di interessi sia interni che esterni a Cosa Nostra? La stessa che si sarebbe verificata con la morte prima di Falcone, poi di Borsellino? Un mistero che né i processi né le indagini hanno portato alla luce, e che resta, dopo trentacinque anni ancora un punto interrogativo che getta molti sospetti.

Come appare un mistero l’inviare un generale del calibro di dalla Chiesa, come prefetto, a Palermo, per combattere la mafia e non dargli né poteri speciali né la giusta protezione.

Infatti, un solo agente di scorta ad un prefetto di ferro, quando tra il 1979 ed il 1982 la mafia aveva già ucciso Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo, il magistrato Cesare Terranova, il Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, il procuratore capo di Palermo, Gaetano Costa ed il segretario del PCI siciliano, Pio La Torre, significava solamente mandare al macello un’altra vittima sacrificale, immolata sull’altare di occulti interessi, non solo criminali.

Quello che fu certo è l’eroismo e la fedeltà a certi antichi valori di un uomo di Stato, di un uomo tutto d’un pezzo, che nel sacrificio estremo della sua vita ha ridato speranza di riscatto non solo alla Sicilia, ma anche all’Italia intera.

Perché “certe cose non si fanno per coraggio, si fanno solo per guardare più serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei nostri figli”.

Raffaele Zoppo

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