11 SETTEMBRE 2017. DOPO SEDICI ANNI DA QUEL TERRIBILE ATTENTATO, QUALE MONDO ABBIAMO COSTRUITO?


11 settembre 2001 – 11 settembre 2017. Sono trascorsi sedici anni da quella terribile mattinata americana, quando tutto il mondo guardò negli occhi l’orrore terrorista, e iniziò a riflettere sugli errori strategici di una determinata politica internazionale.

Fu il grande Big Bang, gli aerei di linea che vengono fatti schiantare contro le Twin Towers americane, la morte di innocenti sbattuta in faccia, mentre le gigantesche torri implodevano in un cumulo di fuoco, polvere e detriti.

Dopo sedici anni cosa è cambiato? Tutto e nulla! Purtroppo.

Il mondo si scopre ancora oggi precario, sul filo del rasoio di una follia chiamata terrorismo, ammantata da una visione religiosa, l’Islam, che in fondo ha comunque poco o nulla a che vedere, e con una luce di speranza, che da questo soffocante tunnel neanche si vede.

L’allora presidente americano Bush Junior, sfidò il presunto nemico, dichiarando l’inizio della ‘lunga guerra’; ovunque si trovasse, lo avrebbe stanato e annientato. Oggi, quel nemico c’è ancora, fa più paura di ieri, semina più terrore di ieri, anche se non si chiama più al-Quaeda, anche se il killer non ha più il volto di Osama Bin Laden.

La guerra americana portò all’invasione dell’Afghanistan, per stanare il nemico nascosto; oggi dopo sedici lunghi anni, le truppe americane sono ancora lì, anche se il nemico dovrebbe essere stato sconfitto, anche se è stato imposto un regime democraticamente riconosciuto, anche se Bin Laden, è stato stanato e ucciso, e già seppellito in fondo al mare.

L’America dal pantano afghano non riesce ad emergere ancora. Lo aveva promesso già Obama, divenuto presidente, ma nulla, le truppe servono ancora lì. E lo stesso Trump, oggi presidente, si trova a dover rimpinguare le truppe americane, con altri soldati. E l’Afghanistan sembra trasformarsi in un gigantesco campo di addestramento militare, con soldati che preparano altri soldati ad una guerra che sembra non aver fine.

Peggio è successo in Iraq, dove l’America, visto che c’era, ha chiuso i conti con il suo vecchio nemico, il dittatore Saddam Hussein, ma poi, con fatica ha abbandonato il territorio iracheno, lasciando dietro di sé il caos e l’ingovernabilità, altro che stabilità, altro che democrazia, esportata con le armi.

E da questo caos nasce il Califfato, l’Isis, che sono gli attuali mostri generati dall’incapacità occidentale di governare le proprie decisioni in campo internazionale. L’Isis sono i nuovi terroristi, sostituendo la vecchia al-Quaeda, finita fuori moda, e da barbari hanno invaso il mondo, con i loro continui attentati, che terrorizzano e spaventano l’Occidente intero.

Perfetto! Siamo riusciti a moltiplicare il terrore di Bin Laden, con il Califfato, spargendolo a macchia d’olio su tutto il globo terracqueo.

Obama, eletto, aveva promesso meno guerre e più stabilità nel medioriente. Oggi ci ritroviamo con la questione siriana che è il caos del tutti contro tutti, ognuno inseguendo il proprio tornaconto. E se nel Medioriente le questioni sono al di là dall’essere risolte, i venti della primavera araba, opportunamente soffiati dal presidente Obama, hanno destabilizzato pure gli Stati africani come Egitto, Libia e Tunisia, dove satrapi, dittatori e re sono stati eliminati a furor di popolo senza poi, trovare una nuova, democratica stabilità politica.

Ma l’America di oggi, a sedici anni da quel terribile attentato, si riscopre pure più fragile, come Nazione, come Stato, come comunità.

Le due amministrazioni di Obama, primo presidente afroamericano, hanno lasciato gravi fratture nella società americana che hanno prodotto l’elezione di Trump, divenuto bersaglio facile di una nuova rabbia sociale.

Trump, l’uomo dallo slogan ‘America first’, è il primo presidente americano che si ritrova nella non invidiabile posizione di essere contestato ad ogni piè spinto. E l’America che contesta il proprio presidente è cosa alquanto insolita.

È rabbia sociale per una economia che non decolla, dopo la più grandi crisi economico-finanziaria vissuta negli ultimi cinquant’anni, per una disoccupazione sempre più crescente, per un sogno americano che Obama aveva pompato, con quel suo ‘Yes, we can!’, dimostratosi poi, fallace, e per un disagio sociale, che sta divenendo una guerra di tutti contro tutti, tra ricchi e poveri, tra bianchi e neri, tra suprematisti e antirazzisti, con i fatti di Charlottesville che dovrebbero allarmare, con le statue confederate che vengono abbattute ed il Columbus Day cancellato, quasi a mondarsi la coscienza per un passato recente che in troppi reputano scomodo.

E così, questo 11 settembre scivola via silenziosamente, senza orgoglio patriottico, senza rabbia, ma con troppi pregiudizi, mentre l’uragano Irma soffia forte sullo Stato della Florida; sperando che i forti venti riescano a spazzar via pure qualche nuvola di troppo, facendoci vedere un po’ di luce, finalmente.

Raffaele Zoppo

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