REFERENDUM INDIPENDENTISTA CATALANO. A BARCELLONA SI VOTA PER UNA CONSULTAZIONE ILLEGALE E INCOSTITUZIONALE, SIMBOLO DI UNA POLITICA MIOPE E OTTUSA


La Catalogna è ad un passo dall’inferno. Oggi si vota per il referendum indipendentista, fortemente voluto dalla Generalitat de Catalunya, il governo della regione di Barcellona.

Un referendum vincolante e senza quorum, su cui si è speso tantissimo Carles Puigdemont, il presidente della Catalogna.

Un referendum che ovviamente, il governo centrale non vuole minimamente, accettare, provando in tutti i modi a bloccarlo; dapprima attraverso inviti perentori e minacce velate, nella speranza che il parlamento catalano desistesse dai suoi propositi; poi è intervenuta la Corte Costituzionale di Madrid, che ha riconosciuto l’incostituzionalità del referendum, perché in contrasto con quanto stabilito dalla carta fondamentale sulla indivisibilità della Spagna.

Poi ci sono state le dichiarazioni forti del premier spagnolo Mariano Rajoy, che ha affermato urbi et orbi, che il referendum indetto per il primo ottobre è illegale.

Infine, a pochi giorni dalla data referendaria, è intervenuto il procuratore generale che ha affermato di voler denunciare i membri del parlamento catalano che non vogliono rispettare la decisione della Corte.

Da qui, poi gli interventi della Polizia, prima spedita a sequestrare le schede referendarie e le eventuali urne, pur di evitare il fatidico referendum, e oggi, mandata a bloccare fisicamente, gli ingressi ai luoghi delle votazioni, con gli inevitabili tafferugli e scontri, che sono già accaduti in più zone della Catalogna.

Un referendum, questo, che la stessa regione catalana, ha già in passato utilizzato, (ma in quel caso fu semplicemente consultivo), e che ripropone un’annosa e spinosa questione mai risolta in Spagna: l’indipendenza della Catalogna dalla stessa Spagna, facendo nascere una nuova repubblica democratica.

Ora che la Catalogna ambisca a tale riconoscimento è cosa già nota, sul perché, invece, le motivazioni sono più complesse.

Barcellona e la Catalogna si sono sempre sentite entità speciali, culturalmente differenti dalla stessa Spagna, una comunità dentro uno Stato che non sentono loro.

Chi promuove, a scadenze politiche continue, l’indipendenza, parla proprio di differenze culturali, richiamandosi magari a guerre storiche, tipo quella di successione del 1714, quando la comunità catalana perse la sua autonomia, ignorando palesemente, che quella guerra non fu tra due Stati, Spagna contro Catalogna, ma, più semplicemente, tra due case regnanti per ottenere il potere, quella di Filippo V di Borbone contro l’arciduca Carlo VI d’Asburgo.

Una menzogna storica bella e buona, utile a fomentare la rabbia contro lo Spagna conquistatrice.

Chi chiede l’indipendenza, si aggrappa, naturalmente, alle differenze culturali tra Catalogna ed il resto della Spagna. È vero che gli abitanti della regione parlano il catalano, una lingua che ha poco in comune con quella ufficiale spagnola, che l’arte, cultura, letteratura e costumi tradizionali catalani sono profondamente diversi rispetto a quelli nazionali, ma ci si dovrebbe ricordare che solo durante la lunga dittatura di Francisco Franco, il catalano fu vietato, e che

l’attuale costituzione spagnola, del 1978, tipica di uno stato profondamente decentralizzato, riconosce tutte le peculiarità e le differenze regionali.

Quindi se non è la storia, se non è la lingua e la cultura, le motivazioni valide a cui appellarsi, cosa resta? L’economia!

La Catalogna è una comunità autonoma spagnola che si trova nel nord-est della penisola iberica, Barcellona è la sua capitale regionale.

Una regione molto ricca e produttiva, una ricchezza basata molto sul turismo e sugli scambi commerciali, grazie ai loro floridi porti.

Gli indipendentisti lamentano che la maggior parte delle loro ricchezze economiche vadano a Madrid, per poi ritornare in una misura molto ridotta; per cui, sono convinti, che con l’indipendenza si pone fine a questo ‘furto’, aumentando il proprio PIL e migliorando, così i propri servizi pensionistici e sociali.

Ma calcoli alla mano, tutto ciò non corrisponde alla piena verità. I trasferimenti dalla Catalogna a Madrid, e quelli dello Stato spagnolo alla sua regione, non presentano questa forte sperequazione, anche se l’attuale crisi ha creato molteplici complicazioni.

E siamo poi, così sicuri che una Catalogna indipendente sia ancora più ricca?

Questo, ovviamente, è pura utopia. Oggi la regione catalana gode di preziosi accordi economici e fiscali, all’intero di un’architettura nazionale, quella spagnola, che tratta direttamente con la UE.

Nell’eventualità di una sua indipendenza, la Catalogna dovrebbe farsi riconoscere come Stato dalla stessa UE e trattare poi, con essa, nuovi accordi, e non è detto che essi siano poi, così vantaggiosi, come si crede.

Ovviamente, se il problema è prettamente economico, perché non aprire dei nuovi negoziati con Madrid e con il governo spagnolo, per migliorare la bilancia finanziaria sui trasferimenti? Sarebbe stato più semplice e più facile raggiungere un compromesso.

Ostinarsi nel cercare l’indipendenza, andando contro l’autorità spagnola, è semplicemente la follia politica di Carles Puigdemont, e dei suoi accoliti indipendentisti, che preferiscono trascinare nel baratro la propria regione, pur di perseguire uno scopo politico né necessario, visto che la Catalogna non è schiava di Madrid, né opportuno.

Ora vedremo quanti catalani andranno a votare questo finto referendum; nel 2014, solo il 35,9% degli aventi diritto, circa due milioni di persone su quasi sei milioni di elettori, andarono a votare un referendum che fu dichiarato nullo e incostituzionale.

Secondo il sondaggio che ha pubblicato, a luglio, la Generalitat de Catalunya, il governo regionale, solo il 41% dei catalani è a favore dell’indipendenza, mentre il 49% sarebbe contrario.

Numeri che avrebbero già dovuto far riflettere tutti a partire proprio dal presidente del governo regionale, Carles Puigdemont, che invece, si è ostinato a cavalcare l’ideale indipendentista.

D’altra parte, poi, se la costituzione spagnola, che sancisce l’unità della stessa, fu votata, nel 1978, anche da 2,7 milioni di catalani, pari al 91,09% dei votanti, allora per rompere tale unitarietà, si dovrebbe riscrivere la stessa Costituzione, chiedendo a tutto il popolo spagnolo se accettano o meno la separazione della Catalogna. Sarebbe più corretto, no?

Ma d’altra parte lo stesso Carles Puigdemont avrebbe dovuto ascoltare ciò che disse l’ex presidente della Generalitat, Artur Mas, che promosse il referendum nel 2014, “se non ti riconosce nessuno, le indipendenze sono un disastro”.

Ora dopo il ‘suo’ referendum fortemente voluto, dopo che sarà dichiarato fallito, incostituzionale e illegale, come potrà chiedere di sedersi al tavolo di una eventuale trattativa con Madrid?

Misteri dolorosi di certi illuminati della politica catalana!

Raffaele Zoppo

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