FRATELLI COLTELLI. LA STORIA INSEGNA: MEGLIO AVERE MASSIMO D’ALEMA AVVERSARIO POLITICO, CHE NEMICO NEL PROPRIO PARTITO


“Massimo D’Alema sa perfettamente che io sono a disposizione di un progetto unitario e invece lui continua a fare dichiarazione che dividono”, afferma oggi, Giuliano Pisapia, invitandolo a “fare un passo di lato”.

Purtroppo, per lui, la storia politica si ripete; come in una sorta di disco rotto, come se il tempo non fosse mai trascorso, o più semplicemente, come il carattere distintivo di un uomo politico. Massimo D’Alema è uomo navigato della politica, uno nato e cresciuto a pane e politica, con il padre già dirigente di partito, uno cresciuto nel partito, quel PCI, che poi divenne PDS, poi DS, poi PD ed ora lo ritroviamo in MDP. E in tutti questi anni, in troppi hanno dovuto fare i conti con lui. Perché Massimo D’Alema è così, coerenza e determinazione politica pura, scarsa attitudine al compromesso, freddo e cinico nel perseguire le proprie idee, caratteri questi che a tanti lo rendono cordialmente antipatico, e a qualcuno, il nemico da eliminare. Nel PCI fece carriera velocemente, così brillante, acuto, politicamente intelligente, da non passare mai troppo inosservato agli occhi dei dirigenti più anziani, da non apparire mai agli occhi di tutti, compagni e nemici, una semplice meteora passeggera. Una lunga carriera in parlamento, una puntata anche a Bruxelles, proprio perché in lui c’è quella innata visione internazionale, a guardare sempre il mondo con curiosità ed interesse. È la nostra Storia politica recente a vederlo tra i protagonisti sempre in primissimo piano. Quando Occhetto promosse la famosissima ‘svolta della Bolognina’, quella che trasformò l’allora partito comunista italiano nel partito democratico di sinistra, con una vocazione più europeista, troncando con il passato, D’Alema, che nel PCI era nato e cresciuto, che sotto l’ala protettrice di Togliatti e Berlinguer era divenuto animale politico, promosse, ma mai convintamente sostenne, l’iniziativa del suo segretario, dando comunque un calcio alla sua storia politica. D’altra parte era conscio che in Italia, un partito che si richiamava ai valori comunisti, era destinato a non avere ruoli di governo. Per cui cambiare era nella natura delle cose. Poi Occhetto mise in piedi la ‘gioiosa macchina da guerra’ per vincere le elezioni, ma andò a sbattere contro quel cavaliere sceso in campo con il suo partito nato dal nulla. D’Alema, dopo la batosta elettorale, lasciò il suo segretario affogare nella palude dell’oblio, e prese le redini del partito, sapendo che era giunto il suo momento.

“D’Alema è maestro di complotti, me ne andai perché erano già iniziati”, disse successivamente, Occhetto, ricordando quei momenti.

Con lui Segretario, il PDS si trasformò nei DS, divenendone il Presidente, mentre il Segretario fu Veltroni, con cui avrà molteplici, cordiali, scontri.

Il gioco è sempre lo stesso: apprezzarlo pubblicamente, pur marcando le differenze di visioni, e quando sta affogando, lasciarlo affogare, pur di rimanere in vita.

C’è il suo zampino, quando Bossi e Buttiglione tolsero la fiducia al primo governo di Berlusconi, e fu lui, chiamato dal Presidente Scalfaro, a dare il placet al futuro governo Dini.

Fu lui a promuovere Prodi, anche se il feeling con il Professore bolognese non sbocciò mai completamente, e c’è sempre lui dietro, quando Bertinotti si sfilò dal governo, facendo cadere il governo Prodi.

“Non capisco neppure perché lo abbia fatto”, fu l’amara considerazione del Professore, tempo dopo, ripensando a quei giorni.

Fatto sta, che la caduta di Prodi, portò D’Alema a Palazzo Chigi, primo presidente del consiglio italiano, ad avere avuto una storia politica nel partito comunista.

Durò un paio d’anni, dimettendosi, con coerenza, dopo la batosta elettorale alla Regionali.

Preferì ritirarsi piuttosto che farsi azzoppare dal suo stesso partito.

Tornò al governo nel Prodi Il, rivestendo il ruolo di Ministro degli Esteri.

Nel 2007, partecipa alla nascita del PD, il contenitore nel quale confluirono i DS con la Margherita, e pur non ricoprendo incarichi di partito, fu l’anima critica della segreteria di Veltroni.

Nel 2013 non si candita al parlamento, sperando così di salire al Quirinale, ma non accadde, più per i troppi nemici cordiali che aveva nel suo partito, che per il veto del centrodestra.

E stiamo già ai giorni nostri, gli attacchi di Renzi, segretario PD, ai D’Alema da rottamare, le differenze di visioni che diventano spaccature profonde, e quella cordiale inimicizia che diventa profondo odio politico, tant’è che con Bersani abbandona la sua creatura e fonda un nuovo partito di sinistra MDP.

Ora che MDP cerca una convergenza con il movimento di Pisapia, ecco che l’ingombrante figura di D’Alema diventa un peso da scaricare. Il motivo? Il solito. Pubblicamente approva e sostiene il progetto altrui, ma intanto, rimarca le proprie differenze e convinzioni.

E con un Pisapia che guarda a MDP e a tutta la sinistra radicale, senza voler abbandonare, comunque il dialogo con il PD di Renzi, le divergenze con D’Alema diventano ogni giorno più evidenti.

Nuovo giro, nuova danza, è il circo della politica, dove gli squali politici sanno muoversi meglio, sorridendo pubblicamente, smorzando i toni, ma dietro le quinte sono abili tessitori, capaci di ostacolare progetti di cui non sono convinti, di muovere uomini come pedine nel gioco degli scacchi, pur di raggiungere i propri obiettivi.

E in questo, D’Alema è un abile giocatore, un politico di razza, cresciuto nella migliore scuola politica: quella del PCI.

Tabacci, scudiero fedele di Pisapia, ha dichiarato: “Se continuiamo così, il centrosinistra va verso il suicidio”.

No, caro Tabacci, con D’Alema, non c’è nessun suicidio politico, ma semplicemente l’omicidio dell’avversario, con lui, solito mandante occulto, a manovrare dietro le quinte. Ed è bene ricordarlo.

Raffaele Zoppo

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